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Il Forte di Bramafam: la sentinella tra le montagne di Bardonecchia

È raro, ma capita alcune volte di parlare con dei perfetti sconosciuti, scambiare anche solo due parole e sentirsi più forti nei confronti delle sfide della vita.
Lo so, sembra una frase molto altisonante, ma è quello che ho provato qualche giorno fa, quando Fabio ed io siamo andati ad esplorare il forte di Bramafam, nei pressi di Bardonecchia.

Il Forte di Bramafam a Bardonecchia

Ma cominciamo dall’inizio di questa storia.
Tutto è iniziato con una passeggiatina tra i boschi, come al nostro solito. Siamo partiti in tarda mattinata da Torino, per cercare un po’ di frescura in quest’estate afosa. Arrivati a Bardonecchia, la montagna ci ha accolto con 30°C! Forse eravamo stati troppo ottimisti!
In programma una piccola passeggiata fino al forte di Bramafam, il poderoso guardiano della Conca di Bardonecchia.
Per anni Fabio ha sognato di visitarlo, essendo molto appassionato di storia militare. Ogni volta che arrivavamo a Bardonecchia in auto da Torino, lo vedeva stagliarsi alla sinistra dell’A32, con il tricolore sventolare nel suo cortile. Finalmente nel mese di giugno di quest’anno, abbiamo deciso che era ora di vederlo da vicino e così siamo partiti all’esplorazione.

Il sentiero che parte da Bardonecchia ed arriva al Forte di Bramafam
Il sentiero verso il Forte di Bramafam

Lasciata la macchina nel parcheggio del Campo Smith, ci siamo diretti verso il sentiero che punta verso la Fontana Giolitti, vicino all’area camper. Tempo fa si poteva accedere anche tramite un vecchio ponte che attraversava il fiume, ma oramai è stato rimosso perché poco sicuro, quindi la strada da fare se si parte dal centro è un po’ più lunga. Dopo aver superato la fontana, parte parte un sentiero abbastanza ripido. Non disperate, non dura tantissimo. Massimo un’ora di cammino e sarete al forte.
La prima mezz’ora di salita si svolge in un bel boschetto che si dirada sempre più mano a mano che si avanza. Ad un certo punto incontrerete la Cappella di Sant’Anna, graziosa chiesetta seicentesca restaurata da poco tempo. Lasciata alle spalle la chiesetta, inizia la parte di sentiero più panoramica e il Forte inizia a farsi sempre più vicino.
Ma se il caldo vi attanaglia, se avete preso una storta alla caviglia giusto il giorno prima, insomma, se proprio quell’oretta di cammino nei boschi non fa per voi, la strada sterrata è percorribile anche in auto, fino ad un piccolissimo parcheggio nei pressi della Cappella di Sant’Anna. Ebbene, era giusto dirlo per amor del vero, ma fidatevi, forse arrivate prima a piedi e senza esser sballottati tra una buca e l’altra!

Un fiore di bosco
Un museo immerso nella natura

Arrivati al Forte, Fabio ed io incontriamo i gestori di questo museo immerso nella natura. Ci raccontano la loro storia e la fatica di realizzare questo progetto, pieni di orgoglio e soddisfazione. Ed ecco che, mentre parlano, riesco a vedere quasi brillare i loro occhi, sento la forza di volontà che li ha portati a superare le mille difficoltà. Insomma, sento la forza di chi ha creduto nei propri sogni e li ha visti realizzati nel corso della vita.
Scambiare quattro chiacchiere ci ha fatto molto piacere, ci hanno riempito di informazioni sul luogo e sulle valli circostanti.

Il Forte di Bramafam visto dall'alto
La storia del Bramafam in pillole, a cura di Fabio

Dopo l’inaugurazione del Traforo ferroviario del Frejus nel 1871, l’Italia si rende conto che quel collegamento così propizio per i commerci in tempo di pace, può divenire estremamente pericoloso in caso di guerra con la Francia. Per questo motivo tra il 1874 e il 1889 viene costruita l’opera fortificata che assume in un primo momento la forma di semplici batterie di artiglieria in barbetta e successivamente di un forte all’avanguardia in calcestruzzo, dotato di artiglierie in cupola. Durante la prima guerra mondiale viene usato come campo di prigionia per i prigionieri austriaci e uno di loro realizza un quadro davvero molto bello del forte, che potrete osservare nel museo.

Cannone del Forte di Bramafam

La Seconda Guerra Mondiale segna una svolta nella vita del Forte. Per la prima volta nella sua storia viene coinvolto in azioni militari, anche se di secondo piano. Nel 1940 viene bombardato dai francesi, a seguito della dichiarazione di guerra italiana e nel 1943 viene occupato dall’esercito tedesco dopo l’armistizio dell’8 settembre. Dopo la guerra il fronte viene abbandonato a sé stesso e nei decenni successivi, i segni del tempo iniziano a logorarlo. Fino a che l’Associazione per gli Studi di Storia e Architettura militare di Torino (ASSAM) dà vita al progetto del suo restauro. Le operazioni di recupero e riqualificazioni sono iniziate nel 1995 e dopo 20 anni di duro lavoro sono vicine al completamento. Visitare il forte può essere di grande aiuto agli sforzi dell’associazione, oltre che a regalarvi una bellissima giornata tra la storia e la natura. Per maggiori informazioni su orari e biglietti, o anche per una visita virtuale, vi consiglio di andare sul loro sito.

 

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Mamma orsa passeggia al limite del bosco con i suoi 3 cuccioli

L’orso bruno: abitante delle Alpi e degli Appennini italiani

Oggi sono qui a parlarvi di un animale che molti temono, ma pochi conoscono: l’orso bruno.

Forse vi ricorderete la brutta storia dell’orsa Daniza, che aveva sollevato proteste dal mondo animalista.
L’orsa aveva ferito un cacciatore di funghi, probabilmente per proteggere i suoi due cuccioli appena nati. Era stata sedata, ma il sovradosaggio le era stato letale. I due cuccioli erano andati incontro al loro destino, senza una mamma ad accudirli e dovendo affrontare il mondo soli e con le proprie forze. Ebbene, ad oggi sappiamo che i due piccoletti sono sopravvissuti e si sono svegliati dal letargo. Quando si dice la forza della sopravvivenza!

Mamma orsa passeggia al limite del bosco con i suoi 3 cuccioli

Il goloso orso Yoghi o il feroce grizzly?
Quando sentiamo parlare di orsi si sa, siamo sempre un po’ intimoriti. D’altronde sono animali dalle dimensioni davvero notevoli, con quei grossi artigli e quella dentatura ben poco rassicuranti. Insomma, non è proprio come trovarsi di fronte al simpatico orso Yoghi e al suo tenero amico Bubu.
Tanto per dare un’idea della loro stazza, pensate che il peso medio di un maschio di orso bruno europeo è di 130 kg, mentre una femmina pesa all’incirca 90 kg. Il cucciolo al primo anno di età, benché abbia quei teneri occhioni (se visti da debita distanza), pesa dai 25 ai 50 kg! I cuccioli di Daniza pesavano 30 kg a 6 mesi dalla nascita. Sono caratteristiche di non poco conto, direte. E io sono d’accordo con voi.

Mamma orsa gioca con il suo cucciolo in mezzo ad un prato al limitare della foresta

Un olfatto sopraffino per fiutarci da lontano
Attenzione però a non diventare troppo antropocentrici e pensare che, al solo vederci, il suo primo istinto sarà di attaccare l’uomo. Anche perché la sua vista non è sviluppata quanto il suo olfatto e il suo udito. Gli orsi riescono a fiutarci anche a chilometri di distanza. Se li vediamo, quindi, è probabile che loro sappiano della nostra presenza già da parecchi minuti. Siamo spacciati vi chiederete? Direi di no.
In effetti gli orsi ci evitano quanto più possibile, anzi, non ci vorrebbero proprio incontrare! Devono però coprire grandi distanze, soprattutto i maschi nella stagione degli amori alla ricerca di una femmina. Per questo motivo è molto probabile che i nostri sentieri si incrocino, essendo l’orso costretto ad attraversare territori popolati dall’uomo.

Ma quali sono le specie di orsi che vivono in Italia?
In Italia vivono l’orso bruno europeo e l’orso bruno marsicano. Il primo vive nella parte settentrionale del nostro stivale, principalmente in Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Veneto; il secondo popola invece il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.
Si dice che il marsicano sia la specie più tranquilla; un pacifista direi. Rispetto al suo cugino che vive più a settentrione poi, ha il muso un po’ più schiacciato ed è leggermente più piccolo. Dico leggermente perché considerare piccoli 150 kg è un po’ un azzardo… Questione di punti di vista!

Due orsi in lontananza in mezzo ad un prato ai piedi di una maestosa montagna innevata

Gli orsi bruni e le Alpi italiane
Come la maggior parte delle specie animali a rischio, la principale causa che ha messo a repentaglio la sopravvivenza di questo enorme animale è l’uomo. L’orso bruno è stato infatti negli anni vittima di bracconaggio. Una volta popolava anche le zone centro occidentali dell’Italia, ma nella prima metà del ‘900 la popolazione di orsi si ridusse notevolmente. Alla fine degli anni ’90 rimanevano sulle Alpi italiane appena 4 individui!

È nato così il progetto Life Ursus, che ha previsto il ripopolamento delle Alpi italiane da parte di questo gigante predatore. Il piano, all’apparenza semplice, ha previsto l’introduzione di una decina di esemplari provenienti dalla Slovenia in territorio italiano. Eh si, perché la Slovenia pullula letteralmente di orsi, arriva a contarne addirittura 500! Ad oggi, si stimano più di 35 orsi nel solo Trentino. È per questo che ne sentiamo sempre di più parlare.

Le abitudini degli orsi bruni
Gli orsi sono animali dalle abitudini prettamente notturne, sebbene si pensi che ciò sia dovuto all’uomo e alla sua attività diurna. Sono onnivori e la loro dieta è costituita prettamente da vegetali.
Durante l’inverno cadono in letargo. Non è però un sonno pesante il loro e all’occorrenza si svegliano per riempirsi un po’ la pancia, magari nelle belle giornate di sole. Per prepararsi all’inverno aumentano la loro massa corporea accumulando grasso e intanto si costruiscono la tana che li ospiterà durante la stagione fredda. Di solito è una grotta, come impariamo da tutti i cartoni animati Disney, altre volte un tronco cavo o un crepaccio. È un animale molto pulito e dentro il suo giaciglio non accumula escrementi ma si costruisce un letto di foglie e vegetali che lo isolino dalle fredde temperature e dall’umidità del terreno.
Questa tana che si costruiscono, spesso per i più anziani diventa anche la loro tomba. Molti esemplari, infatti, non si risvegliano più dal loro eterno letargo.

C’è tanto da scoprire sulla vita di ogni animale e ogni volta che parlo di uno si loro rimango sempre più affascinata da come i comportamenti e gli istinti siano frutto di un percorso generazionale. Il loro essere in equilibrio con l’ambiente che li circonda non è scontato ed è frutto di generazioni e generazioni e noi dobbiamo esserne consapevoli e fare di tutto affinché questo equilibrio si conservi.

Il primo piano di un orso bruno che volge lo sguardo al cielo

Le lunghe dormite del ghiro

Il bosco è da sempre un luogo magico, incantato e alquanto misterioso. Gli alberi che lasciano filtrare solo pochi raggi di sole donando scorci da quadro, il sommesso canto degli uccelli, un picchio che tamburella il legno in lontananza, la sinfonia del vento tra le fronde degli alberi.
Quando camminiamo in un sentiero immerso nel bosco capita spesso di fermarsi e ascoltare la melodia della natura. Quello che percepiamo è la pace e il silenzio che regna in un posto così incantato, una calma che ristora l’anima.
In verità possiamo solo lontanamente immaginare da quanti animali siamo circondati! Probabilmente la maggior parte di loro hanno captato la nostra presenza da molto lontano, mentre noi, in ascolto, sentiamo solo una leggera brezza e lontani cinguetti .
Così, ogni volte che scorgiamo un piccolo scoiattolo sopra un albero, un capriolo o un camoscio siamo emozionatissimi e torniamo a casa più che soddisfatti, col sentore di essere stati baciati dalla fortuna. C’è da dire però che molti animali che abitano il bosco hanno per di più abitudini crepuscolari e notturne.
Ed oggi vi voglio parlare proprio di uno di questi: il ghiro.

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Questo piccolo roditore da lontano può venire erroneamente scambiato per uno scoiattolo. Tuttavia, ad uno sguardo più attento, lo si riconosce subito: manto grigio sul dorso, bianco sul ventre; una lunga e folta coda più scura del resto del corpo ed usata come bilanciere; due anelli neri intorno agli occhi, lunghe vibrisse sul piccolo musetto e orecchie piccole e tondeggianti.
Il ghiro è l’animale protagonista del detto “dormire come un ghiro”. Naturalmente potete facilmente dedurre da dove provenga il modo di dire. Nasce infatti dal lungo letargo che questo roditore si concede durante i mesi invernali. Quanto dura? Beh, dai 7 ai 9 mesi, ed è un sonno ininterrotto! Eh si, perché accumula grasso durante i mesi estivi e primaverili senza doversi quindi cibare durante il lungo sonno, che può essere considerato più un’ibernazione. Durante questi mesi il ghiro perde addirittura il 98% del calore del corpo e preme il pulsante del rallenty per il proprio metabolismo.
Per tale motivo durante l’inverno sceglie tane sotto le radici degli alberi, o in ceppaie o ancora in piccole fessure rocciose, che ricopre di fogliame per garantirsi un migliore isolamento termico, mentre nei mesi estivi e quindi in piena attività, passa le giornate in cavità dei tronchi, talvolta rubando i nidi ai picchi, che ci hanno messo tanto impegno a costruire.

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Tra i roditori è uno dei più longevi e la sua aspettativa di vita può arrivare anche a 9-10 anni. Anche per questo, se un anno c’è scarsità di cibo, il ghiro non si riproduce. Se il cibo è abbondante, invece, le femmine partoriscono verso la fine dell’estate, tra agosto e settembre. Talvolta si formano piccoli gruppi di 2-3 femmine imparentate tra loro che si aiutano a vicenda nella veglia ai nuovi nati.
In Europa e in tutto l’arco alpino sono molto presenti, abitando boschi fino ad altitudini di 1500, talvolta 2000 metri. La prossima volta che vi trovate in un bosco, quindi, fate molta attenzione, non si sa mai che ne vediate uno a godersi un sonnellino, rintanato al sicuro nella sua piccola tana!

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Il lupo e il ripopolamento delle Alpi

Negli ultimi mesi gli avvistamenti di lupi nell’arco alpino piemontese sono stati davvero moltissimi. Sauze, Sestriere, Pragelato, addirittura Stupinigi: i lupi sono scesi a valle fino agli agglomerati urbani in cerca di cibo, spinti dalle numerose nevicate che hanno reso difficile la loro sopravvivenza a quote più alte.
Tuttavia, sebbene gli avvistamenti siano stati molti, i lupi hanno sempre abitato le Alpi occidentali e il loro monitoraggio è cominciato già più di 20 anni fa. Certo è, comunque, che la popolazione dei lupi sta crescendo molto in fretta.
Negli anni ’70, gli ultimi lupi sopravvissuti all’estinzione erano solamente un centinaio e situati tutti nell’Appenino centro – meridionale; con il passare degli anni, questi animali si sono spostati pian piano verso nord, dapprima lungo l’Appennino settentrionale fino ad oggi, in cui sono circa 32 i branchi censiti tra il territorio italiano e quello francese.
I fattori sono molti, a cominciare dallo spopolamento dei piccoli paesini di alta montagna e delle campagne, che negli ultimi anni è sempre più evidente. A conseguenza di questo si è registrato un aumento delle aree boschive e degli ungulati, che rappresentano le prede preferite dei lupi. Questi animali sono poi estremamente adattabili e anche questo li ha aiutati a sopravvivere e a ripopolare le Alpi. In ultima analisi non bisogna dimenticare l’intervento di salvaguardia della specie, introdotto sia a livello nazionale che europeo e l’aumento della sensibilizzazione da parte dell’opinione pubblica.

Lupo Grigio

Ogni branco è composto da circa 5 – 7 individui, guidati da una coppia alfa, l’unica che si riproduce. La femmina alfa, infatti, scoraggia ogni tentativo delle altre femmine di riprodursi, spinta dall’istinto di sopravvivenza. In questo modo il branco deve provvedere alla crescita di una sola cucciolata, nutrendo la femmina mentre questa accudisce i piccoli. Quest’ultimi, all’età di 2 – 3 mesi, imparano le tecniche di caccia grazie alle prede, ancora vive ma stordite, che gli altri componenti del branco portano loro. All’età di 6 mesi hanno già l’aspetto di un adulto.
Ai nuovi arrivati, una volta raggiunta la maturità, si prospetta una scelta difficile; due strade si diramano davanti a loro: la prima è quella di restare all’interno del proprio branco, come sottoposti, con la speranza di diventare un giorno gli individui alfa; la seconda è quella di abbandonare il branco e tentare di costruirne uno proprio. Si dice in questo caso che il lupo va “in dispersione”. Una scelta non proprio facile, dal momento che ogni branco copre un territorio che si estende dai 150 ai 400 km2 ! Certo, il lupo compie grandi spostamenti e anche questo suo fattore ha contribuito alla sua ripopolazione. Pensate solo che, in 24 ore, è capace di percorrere in media 50 chilometri! Anche per questo motivo è estremamente difficile avvistarlo, a meno che, come è successo negli ultimi mesi, non sia lui a volerlo. Inoltre, poiché il lupo è un animale sociale, si comprende come la scelta di formarne un branco proprio sia davvero difficile.

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Nel territorio alpino piemontese sono state individuate le aree maggiormente battute dai lupi e la presenza di circa 5 branchi tra la Val di Susa, il Gran Bosco di Salbertrand, nelle valli Chisone, Germanasca e di Lanzo. Insomma, i lupi che abitano le Alpi sono sempre più numerosi e un nuovo equilibrio si sta lentamente ristabilendo.

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Un fondale marino a 2650 metri: Le Chenaillet

Famoso d’inverno per il gigantesco comprensorio sciistico della Via Lattea, d’estate il Monginevro si trasforma e fiorisce. Immense vallate, laghi d’altura e vette di tutto rispetto… Il massimo per un escursionista!
Luglio è tra i mesi migliori per esplorare gli sconfinati sentieri che si diramano dal paese.
Cartina in mano, bussola, altimetro e… si parte!

Oggi vi racconto la mia ultima escursione sulle Alpi con Fabio. L’obiettivo? Raggiungere la vetta del Monte Chenaillet (2650 m), da cui si gode una vista mozzafiato. La si raggiunge attraverso un percorso geologico ricco di storia e natura, costellato da resti del filo spinato che separava il confine italo-francese prima della Seconda Guerra Mondiale. Insomma, un museo a cielo aperto per storici, naturalisti, fotografi e semplici camminatori.

Siamo partiti da Montgenevre, situato a una quota di 1856 metri, partendo dalla cabinovia de Les Chalmettes ed abbiamo imboccato il sentiero dopo aver costeggiato i campi da tennis e il parco avventura tra gli alberi. Il sentiero è ben segnalato e bisogna seguire le indicazioni per il sentier géologique.
Ci siamo addentrati subito in un bosco molto suggestivo, che costeggia l’acqua limpida del fiume La Durance, che sorge proprio dal monte Le Chenaillet! Dopo aver attraversato un ponticello di legno, costruito con qualche asse e fissato con pochi chiodi, ci siamo inoltrati nella natura. L’erba alta dona un aspetto selvaggio e avventuroso, che ci fa velocemente dimenticare di essere a soli due passi dal paese.
Il sentiero pullula di farfalle che ci svolazzano attorno in gruppi numerosi e sembra vogliano accompagnarci aprendoci la strada.

Superato il bosco, proseguiamo su una stradina sterrata, in parallelo a un percorso per gli appassionati di downhill. Il paesaggio si apre e alle nostre spalle svetta il maestoso monte Chaberton, con i suoi 3131 metri. Ma di questo ne parleremo un’altra volta!
Il sentiero in questo tratto è molto semplice e quindi anche molto popolato, soprattutto nelle calde giornate estive.

Monte Chaberton

Monte Chaberton

Salendo, alla nostra destra, scorgiamo Le Janus, di 2543 metri. Proprio là ci è capitato di assistere a un’operazione del soccorso alpino. Ci aveva incuriosito vedere questo elicottero che sfiorava gli immensi roccioni della parete della montagna, quasi sfiorandoli, con il muso della fusoliera rivolto verso di esse, come se stesse scandagliando l’area in cerca di qualcosa… o qualcuno. Pronta, ho tirato fuori la macchina fotografica e cominciato a filmare. Quando poi il soccorritore si è calato con il verricello, abbiamo identificato anche l’escursionista rimasto intrappolato tra le rocce. L’operazione è durata pochi minuti. La guida alpina si è calata, ha assicurato l’escursionista mentre il pilota si allontanava leggermente a causa della forte scia che altrimenti avrebbe provocato. Dopodichè ha fatto cenno all’elicottero di calare il verricello legando entrambi ad esso e infine sono stati tratti in salvo all’interno della fusoliera dell’elicottero. Vedere scene del genere fa pensare ai volontari, che rischiano la propria vita per salvarne altre e non si può far altro che nutrire rispetto e una sorta di gratitudine per queste persone.

Soccorso alpino

Soccorso alpino

Ma continuiamo il nostro viaggio! Superando la seggiovia che porta fino al Fort du Gondran a circa 2400 metri, siamo arrivati fino al Lac de Sagen Enforza, un laghetto artificiale.
Proseguendo più avanti siamo giunti ad un incrocio. A destra si arriva al forte, mentre a sinistra si prosegue per la nostra meta. Da lì in poi continuiamo a seguire le indicazioni per il sentiero geologico. Passo dopo passo il tracciato si restringe e attraversiamo tratti di pietraia. Ci si immerge tra le enormi rocce, una volta facenti parte di fondali oceanici. È molto suggestivo, un paesaggio marino alpino! Il monte stesso è un antico vulcano sottomarino di 155 milioni di anni fa!

In un’ora circa dall’incrocio nella vallata sottostante raggiungiamo la vetta. Lì la vista è ineguagliabile e ripaga di tutte le fatiche dell’ascesa.
Un panorama a 360°, le cime che svettano tra le nuvole. Inconfondibili il picco di Rochebrune (3320 m) e la Barre des Écrins (4102 m), ma tutte le altre vette, anche le meno conosciute, si possono identificare grazie alle illustrazioni installate su appositi banchi di legno.
Dalla cima de Le Chenaillet è possibile raggiungere il Colletto Verde e scendere attraverso il confine italo-francese fino a raggiungere Claviere, oppure riprendere la via dell’andata.
Prima di cominciare la discesa, abbiamo fatto la conoscenza con un brizzolato escursionista francese, intento a scrutare le montagne con il suo binocolo, in cera di animali. Ci ha suggerito molte vie da provare in futuro, popolate da camosci e marmotte, nei pressi di Briançon.

Dal momento che in montagna è bene essere sempre pronti e previdenti, teniamo conto anche della durata della discesa e non rimaniamo a lungo in vetta. Rifocillati con del cioccolato, ripartiamo, con la stanchezza nelle gambe che si fa sentire, ma soddisfatti del percorso.

picco di Rochebrune

Carta dei sentieri: n°1 IGC. Valli di Susa, Chisone e Germanasca
Livello di difficoltà: E (escursionista)
Tempo: 3 h
Dislivello: 794 m

Alla scoperta delle sorgenti dell’Adda

Si sa, chi ama la montagna, pianifica escursioni durante tutto il corso dell’anno. L’estate, però, è uno dei momenti migliori per avventurarsi ed esplorare posti nuovi. Ed è proprio quando l’hai aspettata tutto l’anno che, quando arrivi a Livigno, in Lombardia, ti sembra di sognare! La sensazione è quella di entrare in un mondo nuovo. Immense valli in cui pascolano cavalli e puledrini, laghi d’altura e le caratteristiche malghe, rendono il paese uno dei posti principe per gli appassionati di montagna.
Tra i sentieri più suggestivi c’è quello che porta alle sorgenti del fiume Adda. Partendo dalla famosa Latteria di Livigno, luogo d’incontro e di degustazione di prodotti tipici, si costeggia poi il magnifico lago, con le sue acque limpide e i suoi riflessi.

Lago di Livigno

Incominciando a inoltrarsi nel bosco, la curiosità tipica di chi si spinge in montagna affiora sempre di più nel petto. La stradina sterrata ben segnalata e larga, fa sì che il sentiero sia popolato anche da sportivi in mountain-bike.

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La natura regna sovrana. A metà percorso si attraversa un ponte in legno stretto e suggestivo, che rende il tragitto avventuroso e appassionante. Ma non vi preoccupate: è stabile e lo si può attraversare in tutta sicurezza! L’incontro con animali selvatici non è raro, anzi, bisogna tenere gli occhi aperti e la macchina fotografica pronta.

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Pian piano che si sale, ai pini mughi si affiancano larici e abeti, che si diradano sempre più e lasciano il posto a una vallata dall’aspetto lunare. Ebbene sì, il vento che fa ondulare l’erba come fosse un mare ondoso e la pace che regna in quel posto, fanno venire voglia di sedersi in mezzo al prato e godersi il sole, liberi da ogni pensiero.
Dopo circa 400 metri di dislivello si arriva al Lago dell’Alpisella, a 2268 metri di altitudine. Il paesaggio è suggestivo, pieno di colori e…di mucche che pascolano tranquille. Un pastore rilassato le monitora dalla malga lì vicino.
Si intravedono le cime più alte innevate dietro collinette verdi costellate di fiori e grandi massi in mezzo a enormi vallate, segno di antiche frane.

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Si arriva poi ad un bivio con le indicazioni per imboccare il sentiero per le sorgenti dell’Adda. Da qui incomincia un paesaggio ancora diverso e che ricorda in molti aspetti quello dolomitico. Le cime hanno un colore tendente al rossiccio e il sentiero diventa man mano più stretto.
La meta arriva presto, così come il meritato riposo! Le sorgenti non sono altro che un piccolo rigoletto di acqua che scende verso valle. Riempite le borracce, perché si può gustare la pura acqua di fonte, quella che poi diventerà il quarto fiume più lungo d’Italia, con i suoi ben 313 chilometri! La radura è piena di farfalle della famiglia delle satiridi, che si posano dappertutto e senza paura.
Non bisogna certo dimenticarsi del viaggio di ritorno! La meta rappresenta solo la metà del viaggio! Spesso non ci si rende conto di quanta strada facciamo nel tragitto di andata, affascinati come siamo dal paesaggio che ci circonda. Il viaggio è lungo, ma ci si può gustare di nuovo gli immensi spazi verdi e la natura incontaminata. Gli amanti della fotografia resteranno di sicuro ammaliati e riempiranno cataloghi interi di scatti fatti lungo il sentiero.

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Le difficoltà tecniche sono quasi assenti. Il sentiero è immerso nel Parco Nazionale dello Stelvio ed è adatto a tutti i buoni camminatori (8,6 km – 2 h 40 m). Sicuramente da provare in una giornata estiva di sole. E dopo essere tornati in paese, perché no, ci si può fermare alla Latteria per rifocillarsi e….preparare l’escursione del giorno dopo!

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