Sentieri

Il Forte di Bramafam: la sentinella tra le montagne di Bardonecchia

È raro, ma capita alcune volte di parlare con dei perfetti sconosciuti, scambiare anche solo due parole e sentirsi più forti nei confronti delle sfide della vita.
Lo so, sembra una frase molto altisonante, ma è quello che ho provato qualche giorno fa, quando Fabio ed io siamo andati ad esplorare il forte di Bramafam, nei pressi di Bardonecchia.

Il Forte di Bramafam a Bardonecchia

Ma cominciamo dall’inizio di questa storia.
Tutto è iniziato con una passeggiatina tra i boschi, come al nostro solito. Siamo partiti in tarda mattinata da Torino, per cercare un po’ di frescura in quest’estate afosa. Arrivati a Bardonecchia, la montagna ci ha accolto con 30°C! Forse eravamo stati troppo ottimisti!
In programma una piccola passeggiata fino al forte di Bramafam, il poderoso guardiano della Conca di Bardonecchia.
Per anni Fabio ha sognato di visitarlo, essendo molto appassionato di storia militare. Ogni volta che arrivavamo a Bardonecchia in auto da Torino, lo vedeva stagliarsi alla sinistra dell’A32, con il tricolore sventolare nel suo cortile. Finalmente nel mese di giugno di quest’anno, abbiamo deciso che era ora di vederlo da vicino e così siamo partiti all’esplorazione.

Il sentiero che parte da Bardonecchia ed arriva al Forte di Bramafam
Il sentiero verso il Forte di Bramafam

Lasciata la macchina nel parcheggio del Campo Smith, ci siamo diretti verso il sentiero che punta verso la Fontana Giolitti, vicino all’area camper. Tempo fa si poteva accedere anche tramite un vecchio ponte che attraversava il fiume, ma oramai è stato rimosso perché poco sicuro, quindi la strada da fare se si parte dal centro è un po’ più lunga. Dopo aver superato la fontana, parte parte un sentiero abbastanza ripido. Non disperate, non dura tantissimo. Massimo un’ora di cammino e sarete al forte.
La prima mezz’ora di salita si svolge in un bel boschetto che si dirada sempre più mano a mano che si avanza. Ad un certo punto incontrerete la Cappella di Sant’Anna, graziosa chiesetta seicentesca restaurata da poco tempo. Lasciata alle spalle la chiesetta, inizia la parte di sentiero più panoramica e il Forte inizia a farsi sempre più vicino.
Ma se il caldo vi attanaglia, se avete preso una storta alla caviglia giusto il giorno prima, insomma, se proprio quell’oretta di cammino nei boschi non fa per voi, la strada sterrata è percorribile anche in auto, fino ad un piccolissimo parcheggio nei pressi della Cappella di Sant’Anna. Ebbene, era giusto dirlo per amor del vero, ma fidatevi, forse arrivate prima a piedi e senza esser sballottati tra una buca e l’altra!

Un fiore di bosco
Un museo immerso nella natura

Arrivati al Forte, Fabio ed io incontriamo i gestori di questo museo immerso nella natura. Ci raccontano la loro storia e la fatica di realizzare questo progetto, pieni di orgoglio e soddisfazione. Ed ecco che, mentre parlano, riesco a vedere quasi brillare i loro occhi, sento la forza di volontà che li ha portati a superare le mille difficoltà. Insomma, sento la forza di chi ha creduto nei propri sogni e li ha visti realizzati nel corso della vita.
Scambiare quattro chiacchiere ci ha fatto molto piacere, ci hanno riempito di informazioni sul luogo e sulle valli circostanti.

Il Forte di Bramafam visto dall'alto
La storia del Bramafam in pillole, a cura di Fabio

Dopo l’inaugurazione del Traforo ferroviario del Frejus nel 1871, l’Italia si rende conto che quel collegamento così propizio per i commerci in tempo di pace, può divenire estremamente pericoloso in caso di guerra con la Francia. Per questo motivo tra il 1874 e il 1889 viene costruita l’opera fortificata che assume in un primo momento la forma di semplici batterie di artiglieria in barbetta e successivamente di un forte all’avanguardia in calcestruzzo, dotato di artiglierie in cupola. Durante la prima guerra mondiale viene usato come campo di prigionia per i prigionieri austriaci e uno di loro realizza un quadro davvero molto bello del forte, che potrete osservare nel museo.

Cannone del Forte di Bramafam

La Seconda Guerra Mondiale segna una svolta nella vita del Forte. Per la prima volta nella sua storia viene coinvolto in azioni militari, anche se di secondo piano. Nel 1940 viene bombardato dai francesi, a seguito della dichiarazione di guerra italiana e nel 1943 viene occupato dall’esercito tedesco dopo l’armistizio dell’8 settembre. Dopo la guerra il fronte viene abbandonato a sé stesso e nei decenni successivi, i segni del tempo iniziano a logorarlo. Fino a che l’Associazione per gli Studi di Storia e Architettura militare di Torino (ASSAM) dà vita al progetto del suo restauro. Le operazioni di recupero e riqualificazioni sono iniziate nel 1995 e dopo 20 anni di duro lavoro sono vicine al completamento. Visitare il forte può essere di grande aiuto agli sforzi dell’associazione, oltre che a regalarvi una bellissima giornata tra la storia e la natura. Per maggiori informazioni su orari e biglietti, o anche per una visita virtuale, vi consiglio di andare sul loro sito.

 

Annunci

Una giornata avventurosa tra le gorge di Claviere

Guardate questa foto qui sotto e ponete a voi stessi questa domanda: sono pronto a percorrere il ponte tibetano più lungo del mondo?

Ponte tibetano di Claviere

 

Se la risposta è si, basta che vi rechiate a Claviere armati di tanto coraggio e voglia di avventura. Si, il ponte tibetano più lungo del mondo, quasi 500 metri, si trova a Claviere, al confine tra Piemonte e Francia! L’attrezzatura completa per attraversarlo la si può noleggiare ed il tutto costa circa una decina di euro! L’esperienza è da brivido.

Se invece la risposta è “fammici pensare ancora qualche minuto…non sembra così rassicurante da questa prospettiva” non vi preoccupate, ho una proposta alternativa. Le gorge di San Gervasio, infatti, si possono ammirare anche con i piedi per terra. Il sentiero si snoda attraverso questa gola e il percorso è uguale a quello del ponte tibetano, solo a 100 metri in meno d’altezza.

La natura lunga il ruscello e ricca e verde

 

Una gita estiva ideale per famiglie con bambini

Ideale per le famiglie con bambini, dura circa 40 minuti, in cui si attraversano piccole passerelle di legno sopra il torrente. E poi, quanto è fresco! Eh si, io sono una di quelle persone che passeranno l’estate in città a lavorare e in queste settimane a Torino si sono superati i 30°C! Quindi, se anche voi state facendo la sauna a casa, questa è un’ottima oppotunità.

Fabio che attraversa una passerella di legno sul torrente

 

La ferrata Clarì, pareti di roccia e passerelle sopra il torrente.

Il mio consiglio è di partire da Cesana. Sulla strada che da Cesana porta a Claviere c’è una piazzola di sosta in cui si può parcheggiare l’auto. Eccola qui sotto in foto. La potrete riconoscere per le tre aste con annesse bandiere.

L'inizio del sentiero e la piazzola di sosta

Il sentiero balcone parte dalla base della Rocca Clarì. Subito dopo averlo imboccato si trovano alcune pareti di roccia in cui gli arrampicatori si esercitano, a due passi dal torrente. I gradi di difficoltà di queste vie d’arrampicata vanno dal 4 in su, quindi per i principianti sono ottimi punti di partenza! Si può anche imboccare la partenza della ferrata Clarì. Insomma, avventura a più non posso!

Le passerelle di legno sul torrente

 

Tra ponticelli di legno e cascata, un sentiero da Signore degli Anelli

È segnalato in ogni suo punto, con ponticelli, passerelle e ringhiere. Una passeggiata molto comoda e sicura. Da un certo punto in avanti si comincia a scorgere anche la piccola casetta in legno, base di partenza per il ponte. Dopodichè, il ponte tibetano è possibile ammirarlo per tutta la durata del percorso.

Vista del ponte tibetano e del sentiero al di sotto di esso Il ponte tibetano e la sua ombra sulla roccia

Gli ultimi tornanti svelano una cascata molto potente. Di fianco ad essa, delle scale per arrivare fino alla sua sommità. Ecco, se qualcuno di voi è appassionato del Signore degli Anelli, come lo sono io, noterà una leggera somiglianza con le scale che Frodo e Sam, con Smeagol, hanno dovuto percorrere per arrivare in cima alla montagna nel secondo film. Naturalmente ho detto leggera somiglianza, non aspettatevi di sentirvi immersi nelle fiamme di Mordor, tantopiù in una giornata d’estate. Ne possono venire tuttavia foto divertenti. Occhio solo a non rimanere troppo tempo vicino alla cascata, può succedere che la forza dell’acqua sposti dei sassi che possono far male.

La cascata alla fine del sentiero

Il sentiero è quasi finito. Sale per qualche minuto ancora ed ogni tanto ci sono delle terrazze panoramiche sulle gorge, fino a che si arriva in uno spiazzo erboso con due tavoli da pic-nic.

Vista del ponte tibetano dall'alto

Siamo quindi arrivati a Claviere. Qui Fabio ed io abbiamo fatto una sosta relax in cui mi sono divertita a fotografare i mille fiori colorati che contornavano il paesaggio.

Vista da Claviere sulla valle verso Cesana

 

Ricapitolando il sentiero è molto breve ma anche molto suggestivo, adatto soprattutto alle famiglie con i bambini, per nulla faticoso se non nell’ultimo tratto di salita dopo la cascata (ma dura pochi minuti).

Consigliatissimo! A volte le cose più belle ce le abbiamo vicino casa senza neanche saperlo!

Un sentiero panoramico a due passi da Claviere

Oggi sono qui per parlarvi di un sentiero sul confine italo-francese. La partenza è da Claviere, un paese di soli 200 abitanti, ma famoso per due principali motivi. Il primo: ospita il ponte tibetano più lungo del mondo, 468 metri di pura avventura. Il secondo: è situato ai piedi dell’imponente Monte Chaberton, una cima di 3130 metri, facilmente raggiungibile con un buon allenamento.
Ma non voglio scrivere né di uno né dell’altro, ci sarà modo di farlo in seguito, dedicando loro l’attenzione che si meritano. Oggi voglio parlarvi di un sentiero breve, ma molto panoramico, ideale per le giornate in cui si vuole staccare un po’ dalla vita da città; porta a Portiola Bassa, un fiabesco pianoro ombreggiato situato a 2045 metri di altitudine.
Ma è bene partire dall’inizio! Prima di tutto, direi, l’imbocco del sentiero: in prossimità dell’Hotel Miramonti, verso il confine francese, si può trovare un’ottima segnaletica che indica una strada sterrata che costeggia il Rio Secco. Le indicazioni da seguire sono quelle che portano a “La Madonnina” o “Punto Panoramico Alto” o direttamente “Portiola Bassa”.

IMG-20150603-WA0000

Il sentiero si immerge quasi subito nel bosco ed in questo periodo è un’esplosione di colori primaverili.

IMG_2325

Sebbene il tracciato sia moderatamente ripido, La Madonnina la si raggiunge in appena 10/15 minuti di cammino. Qui si trova appunto una Madonnina incastonata in un altare di pietre che domina dall’alto il paese. A soli 1850 metri e dopo una decina di minuti, ecco quindi il primo punto panoramico. Ci sono alcune panchine per ammirare il panorama, è vero, ma il mio consiglio è di continuare, il meglio deve ancora arrivare! Vicino al piccolo altare si può trovare anche un cippo di confine, con una grande F incisa sulla pietra. A questo proposito c’è da ricordare che Claviere è sempre stata un po’ contesa tra italiani e francesi. Una storia travagliata la sua, prima in suolo italiano, poi divisa a metà in seguito alla Seconda Guerra Mondiale, infine di nuovo riunita in territorio quasi interamente italiano nel 1974.

IMG_2286

Proseguendo il sentiero, sempre ben segnalato, si fa più ripido. Dopo circa 40 minuti si arriva al bivio per il Punto Panoramico Alto e la Portiola Bassa. A questo proposito ci tengo a precisare che nel percorrere io stessa il sentiero ho deciso di saltare la tappa al Punto Panoramico Basso. Scelta personale: non vedevo l’ora di arrivare in alto!
Il Punto Panoramico Alto, dopo il bivio, si raggiunge in pochissimi minuti. È davvero suggestivo, provvisto di panche e  un piccolo tavolino circolare di legno, in cui sono incisi i nomi dei monti che circondano la valle. La vista da questo balcone fa dimenticare gli sforzi della salita. Nelle giornate limpide sono visibili i vari sentieri della valle, il paese di Claviere con annessi abitanti che passeggiano lungo la sola via principale.

IMG_1023

Se però volete staccarvi ancora di più da tutto ciò che riguarda la civilizzazione, proseguite per la Portiola Bassa: 2/3 tornanti dopo l’ultimo bivio con il Punto Panoramico Alto e siete arrivati. Anche qui sono presenti delle panche di legno per farvi riprendere le forze appieno. Il pianoro ha qualcosa di davvero suggestivo, quasi fiabesco.

IMG_2379-2

Protetti dalla Punta della Portiola, di 2815 metri, da un lato, avvolti in un bosco silenzioso e rilassante dall’altro. Il sole tra le fronde degli alberi cerca di farsi strada e qualche volta ci riesce, illuminando sprazzi di prato puntellato da fiori blu. Insomma, un’atmosfera unica!

IMG_2349 IMG_2348

Il sentiero finisce qui. In verità da questo spiazzo inizia un sentiero più impegnativo per raggiungere la Batteria Alta, a 2200 metri. Tuttavia oggi era sconsigliato a causa di terreno franato sul tracciato. Quindi, occhio, siete avvisati!
In poche ore avete quindi avuto la possibilità di inspirare a pieni polmoni aria pura di montagna, affacciarvi ad un balcone su una natura maestosa e assaporare il relax che solo il bosco è capace di regalare. Scesi a valle, quindi, potete godervi il meritato riposo o programmare la prossima avventura!

IMG_2363

Il Lago Verde, un angolo di paradiso color smeraldo

Siamo in piena primavera, sui rami sono visibili i primi germogli e i prati sono un arcobaleno di colori. Per noi amanti della fotografia poi, è il momento più adatto per ampliare il nostro portfolio.
Ecco allora un’occasione che non potete assolutamente perdervi, un paesaggio mozzafiato accessibile in appena un’ora di cammino, su strada sterrata e con dislivello complessivo di 70 metri! Insomma, cosa volete di più dalla vita?
La destinazione è il suggestivo Lago Verde, a due passi (nel vero senso della parola!) da Bardonecchia.
Il lago è immerso nell’incantevole Valle Stretta, una valle italo-francese tra Bardonecchia e Névache. La passeggiata è breve e parte dalle grange della valle, vicino ai rifugi Re Magi e III Alpini.

IMG_1607-3

Lì si può parcheggiare l’auto nell’ampio spiazzo dedicato e cominciare ad incamminarsi sul sentiero, che si dirama sinuosamente tra i prati verdi disseminati di fiori. Davanti ai propri occhi le vette inconfondibili del Grand Seru e, sulla sinistra, il Monte Thabor.
Lungo il sentiero si trova anche una piccola cappella dedicata a San Bartolomeo e alcune grange. Seguendo le indicazioni per il Lago Verde, ci si incammina e si prende la destra al bivio, fino a raggiungere un ponticello di legno che attraversa il Rio della Valle Stretta. Da qui la strada si fa in salita, ma la fatica dura poco! Il tracciato poi si addentra in un bosco di conifere e ripiega in una discesa decisa, da cui, tra i rami, si incominciano a scorgere le meravigliose sfumature color smeraldo del lago.
A questo punto, il più delle volte, si sente qualche voce stupita che esclama “Ma è proprio verde!”

IMG_1499

Si arriva così, in men che non si dica, in un piccolo angolo di paradiso. Se prima eravate accompagnati dal suono dell’acqua dell’impetuoso rio appena attraversato, ora, addentrati nel bosco, siete avvolti da un silenzio quasi zen (sempre sperando che i turisti non siano troppi!).
Piccole spiaggette e rocce qua e là per recuperare le energie con un buon spuntino e per prendere il sole lontano dalla civiltà.

IMG_1550

Il lago ha mille sfumature, verde, smeraldo, blu e le trasparenze sono davvero incredibili. Da sempre il fondale è composto da tronchi di antichi larici, che donano ad lago un aspetto magico e nel contempo quasi spettrale. Un piccolo sentierino permette di percorrerlo in tutti i suoi confini. È davvero un paesaggio unico che non ci si stanca mai di fotografare.

IMG_1559

 

I Tredici Laghi: un sentiero tra storia e natura

Se siete appassionati di laghi alpini e panorami a 360°, allora uno degli itinerari che potreste preferire è quello dei Tredici Laghi, che parte da Ghigo di Prali, nella Val Germanasca in Piemonte.
Il sentiero comincia da un altipiano, a cui si accede dopo aver preso due seggiovie: la prima, Malzat, parte dal paese, a 1470 metri; si prosegue poi fino a Capannina a 2230 metri e infine si prende l’ultimo tratto che porta fino a Bric Rond.

Macro farfalla
È la seconda volta che faccio un trekking ai Tredici Laghi, ma ancora non mi sono abituata al vento freddo che ti schiaffeggia in faccia mentre sei seduto sui sedili della seggiovia!
Abbracciata allo zaino in cerca di non disperdere il calore, arriviamo dopo una lunga ascesa al Bric Rond, 2540 metri, da cui comincia il sentiero.
Sulle vallate vicine cominciano a farsi strada i colori autunnali, che tingono il panorama con pennellate rossicce e gialle.

Scorcio sul lago dell'Uomo

Prima di iniziare leggiamo un cartello espositivo che illustra i vari itinerari e racconta anche qualche curiosità sulla salamandra di Lanza.
Infatti, in questa valle è presente questo particolare anfibio, che è specie endemica delle Alpi Cozie e si trova solo nelle valli attorno al Pian del Re, ai piedi del Monviso, e nelle valli Po e Pellice.
È molto difficile da osservare, soprattutto in questo periodo dell’anno, quando si iberna in una specie di letargo fino a primavera. Questa salamandra tutta nera ha abitudini notturne. Durante il giorno esce allo scoperto solo in giornate piovose (predilige gli ambienti umidi) e in mattinata, quando ancora è presente un po’ di rugiada. Di conseguenza, quando sento Fabio dietro di me bisbigliarmi entusiasta che sta vedendo una proprio lì, sul sentiero davanti ai suoi occhi, quasi non ci credo. Ritorno cauta sui miei passi e cerco di non fare movimenti bruschi.
La salamandra si presta a farsi fotografare qualche secondo, poi, con tutta calma, trova riparo tra le rocce.

Salamandra di Lanza

È stata davvero una gran fortuna vederla!
Naturalmente appena tornati a casa ci informiamo meglio su questo splendido animaletto. Pensate che questa specie ha un tasso riproduttivo bassissimo: la gestazione dura infatti da due fino a cinque anni! Inoltre, pur essendo molto simile ad un tritone, è una pessima nuotatrice.
Soddisfatti della nostra scoperta, continuiamo il viaggio attraverso i laghi. Il primo che si scorge è il Lago Primo. Già in lontananza sono visibili le casermette abbandonate, che donano un aspetto misterioso al panorama.

Questi edifici fanno parte dei ricoveri Perrucchetti. Furono realizzati tra il 1889 e il 1907 per dare supporto militare tra le valli Germanasca e Pellice o per essere utilizzati come deposito armi. Proseguendo il cammino fino al Lago Ramella, si vedranno posizionati ancora i cannoni sulle sue rive.
Si arriva abbastanza presto anche al Lago dell’Uomo e infine ai ruderi. Lì io e Fabio ci fermiamo.

Porta diroccata Riflessi sul lago con ruderi Lago dell'Uomo

 

Il sentiero prosegue poi ad anello attorno a questi e altri specchi d’acqua che regalano scorgi fotografici davvero suggestivi. È denominato “A – Laghi ed antiche leggende”, è privo di difficoltà tecniche e si percorre in 2 ore circa.
Noi invece ci godiamo il poco sole che ogni tanto fa capolino tra le nuvole, ai piedi del lago la Draja.

Riflessi sul lago Ruderi Casermetta Ruderi sul lago Rudere

 

Con calma torniamo alla seggiovia, assaporando la natura che ci circonda: in lontananza le marmotte fischiano in allerta, mentre gracchi e corvi imperiali volano alti nel cielo. Gli ungulati sono quasi assenti, data anche la presenza di molti pascoli nella vallata.
Ripercorriamo il sentiero a ritroso e scandagliamo talvolta le rocce speranzosi di trovare un’altra salamandra di Lanza. Non ne avvistiamo altre, anche se ci sentiamo davvero fortunati ad averne vista una.

A ognuno il suo sentiero

Nel regno dei pini neri e del carbone

A un giorno dall’autunno, Fabio ed io decidiamo per un’escursione alla ricerca di scatti fotografici naturalistici. La nostra destinazione? Il sentiero che dalla frazione Case Brun di Talucco (a pochi chilometri da Pinerolo), porta al Rifugio Giuseppe Melano, ossia la famosa Casa Canada delle Olimpiadi invernali di Torino 2006.

Il sentiero è noto per essere immerso in un bosco dove i picchi hanno trovato le loro dimore, in particolare il picchio rosso maggiore, il picchio rosso minore e il picchio verde, dal famoso verso simile ad una risata accelerata.

sentiero

La giornata è all’insegna del riposo, infatti il sentiero si percorre in circa un’ora (solo andata) e il dislivello è minimo (circa un centinaio di metri). In più, il tempo non è dei migliori.

Partiamo così dal parcheggio di Case Brun e ci inoltriamo nel sentiero, che comincia già ad essere davvero ripido! Avevamo letto che il dislivello era circa 100 metri, ma li stiamo bruciando tutti nei primi passi dell’escursione!

Superate alcune sporadiche case, con un gallo in lontananza che canta con orgoglio le sue canzoncine, arriviamo in pochi minuti al colle Ciardonet, a 1070 metri d’altitudine.

Da lì si possono imboccare diversi sentieri, oltre a poter fare uno spuntino nell’area picnic. Nelle vicinanze ci sono il Monte Freidour  (1451 m), il Monte Tre Denti (1365 m) e uno dei famosi siti d’arrampicata piemontesi: rocca Sbarua. Il rifugio al quale siamo diretti si trova esattamente ai piedi di quest’ultima e non è difficile né raro vedere dei piccoli puntini sulla parete che tentano di conquistare la vetta.

La rocca è anche un sito di riferimento per le scuole alpinistiche del CAI e, soprattutto alle porte dell’autunno, si vedono molti neo-scalatori che si approcciano al mondo dell’arrampicata. Anche io sono stata tra quei gruppi e su quelle pareti, di conseguenza, appena scorgo la rocca, ne rimango nostalgicamente estasiata.

rocca sbarua

Dal colle imbocchiamo il sentiero in discesa. L’itinerario è immerso in un bosco di pini neri e silvestri, che impediscono ai raggi del sole di illuminare il sentiero…. Poco male, tanto di sole non c’è neanche l’ombra!

Il tracciato che porta al rifugio è ben segnalato e fa parte dell’itinerario per la “carbonaia”, con cartelli espositivi ricchi di didascalie e spiegazioni riguardo il mestiere dei carbonai, che lavoravano nel territorio fino a inizio ‘900.

Dopo aver superato un torrente che bagna la strada sterrata che stiamo percorrendo e che giunge dal colle Sperina, dove c’è la sorgente di acqua potabile, troviamo un bivio e prendiamo il sentiero segnalato che si inoltra nel bosco e che è denominato “carbonaia”. Entrambi i sentieri portano al rifugio, ma quello che decidiamo di prendere noi (sulla destra) è più suggestivo. Superiamo subito il torrente grazie ad un ponticello di legno che, immerso nel bosco, crea un’atmosfera magica e ci avventuriamo nella natura.

ponticelli

Da qui il sentiero si fa più stretto, ma rimane comunque segnalato spesso con i classici colori bianchi e rossi.

Ogni tanto ci soffermiamo ad ascoltare i suoni della natura, guardando tra i rami degli alberi, speranzosi di scorgere qualche picchio, ma purtroppo non siamo fortunati. Sentiamo invece quel che sembra il canto del picchio verde, simile ad una risata in lontananza.

radici

Il sentiero si dirada due o tre volte, aprendosi con vista verso alcuni gruppi montuosi del Cuneese. L’orizzonte lontano però è poco delineato a causa della nebbiolina che avvolge il panorama. Al contrario, volgendo lo sguardo verso Nord, si riescono a scorgere i primi gruppi di arrampicatori e a sentire il loro vociare.

Poco prima dell’ultimo tratto per raggiungere il rifugio, c’è una grotta che rimane sulla destra e che veniva utilizzata dai carbonai per bivaccare. È un sito molto interessante. Sul pannello espositivo è raccontato un aneddoto: un carbonaio che una notte sorvegliava ben tre falò per produrre carbone, lasciò il figlio nella grotta per andare a controllare il livello del fuoco. Ma il piccolo racconta che non chiuse occhio, a causa di un gufo che lo terrorizzò con il suo verso. Fa impressione scoprire quanto sia cambiato il mondo e i mestieri conosciuti in gioventù dai nostri nonni.

Grotta

Scorgiamo Casa Canada qualche minuto dopo. Lì vicino è presente anche un eliporto.

Ci riposiamo con lo sguardo agli scalatori. Osservo la grazia dell’arrampicata. È uno sport emozionante, che sa regalare emozioni forti. Trovarsi su una sosta a decine di metri d’altezza è una sensazione unica. Salire lentamente, pensando a ogni passo che si deve compiere per avanzare, cercando gli appigli migliori, le sporgenze nella roccia, è davvero qualcosa che non si può spiegare a parole.

arrampicatore

Dopo una sosta di una quindicina di minuti,  ripartiamo verso la macchina. Con un passo veloce ma non troppo, riusciamo a tornare al parcheggio in soli 45 minuti. Ovviamente c’è anche chi impiega un po’ più di tempo, come il piccolo esploratore nella foto. Ma ciò che importa è l’impegno e soprattutto… non demordere!

Scarabeo

La giornata ci è piaciuta molto  nonostante i picchi siano stati timidi e rintanati nel profondo del bosco. Sarà per la prossima volta!

Un fondale marino a 2650 metri: Le Chenaillet

Famoso d’inverno per il gigantesco comprensorio sciistico della Via Lattea, d’estate il Monginevro si trasforma e fiorisce. Immense vallate, laghi d’altura e vette di tutto rispetto… Il massimo per un escursionista!
Luglio è tra i mesi migliori per esplorare gli sconfinati sentieri che si diramano dal paese.
Cartina in mano, bussola, altimetro e… si parte!

Oggi vi racconto la mia ultima escursione sulle Alpi con Fabio. L’obiettivo? Raggiungere la vetta del Monte Chenaillet (2650 m), da cui si gode una vista mozzafiato. La si raggiunge attraverso un percorso geologico ricco di storia e natura, costellato da resti del filo spinato che separava il confine italo-francese prima della Seconda Guerra Mondiale. Insomma, un museo a cielo aperto per storici, naturalisti, fotografi e semplici camminatori.

Siamo partiti da Montgenevre, situato a una quota di 1856 metri, partendo dalla cabinovia de Les Chalmettes ed abbiamo imboccato il sentiero dopo aver costeggiato i campi da tennis e il parco avventura tra gli alberi. Il sentiero è ben segnalato e bisogna seguire le indicazioni per il sentier géologique.
Ci siamo addentrati subito in un bosco molto suggestivo, che costeggia l’acqua limpida del fiume La Durance, che sorge proprio dal monte Le Chenaillet! Dopo aver attraversato un ponticello di legno, costruito con qualche asse e fissato con pochi chiodi, ci siamo inoltrati nella natura. L’erba alta dona un aspetto selvaggio e avventuroso, che ci fa velocemente dimenticare di essere a soli due passi dal paese.
Il sentiero pullula di farfalle che ci svolazzano attorno in gruppi numerosi e sembra vogliano accompagnarci aprendoci la strada.

Superato il bosco, proseguiamo su una stradina sterrata, in parallelo a un percorso per gli appassionati di downhill. Il paesaggio si apre e alle nostre spalle svetta il maestoso monte Chaberton, con i suoi 3131 metri. Ma di questo ne parleremo un’altra volta!
Il sentiero in questo tratto è molto semplice e quindi anche molto popolato, soprattutto nelle calde giornate estive.

Monte Chaberton

Monte Chaberton

Salendo, alla nostra destra, scorgiamo Le Janus, di 2543 metri. Proprio là ci è capitato di assistere a un’operazione del soccorso alpino. Ci aveva incuriosito vedere questo elicottero che sfiorava gli immensi roccioni della parete della montagna, quasi sfiorandoli, con il muso della fusoliera rivolto verso di esse, come se stesse scandagliando l’area in cerca di qualcosa… o qualcuno. Pronta, ho tirato fuori la macchina fotografica e cominciato a filmare. Quando poi il soccorritore si è calato con il verricello, abbiamo identificato anche l’escursionista rimasto intrappolato tra le rocce. L’operazione è durata pochi minuti. La guida alpina si è calata, ha assicurato l’escursionista mentre il pilota si allontanava leggermente a causa della forte scia che altrimenti avrebbe provocato. Dopodichè ha fatto cenno all’elicottero di calare il verricello legando entrambi ad esso e infine sono stati tratti in salvo all’interno della fusoliera dell’elicottero. Vedere scene del genere fa pensare ai volontari, che rischiano la propria vita per salvarne altre e non si può far altro che nutrire rispetto e una sorta di gratitudine per queste persone.

Soccorso alpino

Soccorso alpino

Ma continuiamo il nostro viaggio! Superando la seggiovia che porta fino al Fort du Gondran a circa 2400 metri, siamo arrivati fino al Lac de Sagen Enforza, un laghetto artificiale.
Proseguendo più avanti siamo giunti ad un incrocio. A destra si arriva al forte, mentre a sinistra si prosegue per la nostra meta. Da lì in poi continuiamo a seguire le indicazioni per il sentiero geologico. Passo dopo passo il tracciato si restringe e attraversiamo tratti di pietraia. Ci si immerge tra le enormi rocce, una volta facenti parte di fondali oceanici. È molto suggestivo, un paesaggio marino alpino! Il monte stesso è un antico vulcano sottomarino di 155 milioni di anni fa!

In un’ora circa dall’incrocio nella vallata sottostante raggiungiamo la vetta. Lì la vista è ineguagliabile e ripaga di tutte le fatiche dell’ascesa.
Un panorama a 360°, le cime che svettano tra le nuvole. Inconfondibili il picco di Rochebrune (3320 m) e la Barre des Écrins (4102 m), ma tutte le altre vette, anche le meno conosciute, si possono identificare grazie alle illustrazioni installate su appositi banchi di legno.
Dalla cima de Le Chenaillet è possibile raggiungere il Colletto Verde e scendere attraverso il confine italo-francese fino a raggiungere Claviere, oppure riprendere la via dell’andata.
Prima di cominciare la discesa, abbiamo fatto la conoscenza con un brizzolato escursionista francese, intento a scrutare le montagne con il suo binocolo, in cera di animali. Ci ha suggerito molte vie da provare in futuro, popolate da camosci e marmotte, nei pressi di Briançon.

Dal momento che in montagna è bene essere sempre pronti e previdenti, teniamo conto anche della durata della discesa e non rimaniamo a lungo in vetta. Rifocillati con del cioccolato, ripartiamo, con la stanchezza nelle gambe che si fa sentire, ma soddisfatti del percorso.

picco di Rochebrune

Carta dei sentieri: n°1 IGC. Valli di Susa, Chisone e Germanasca
Livello di difficoltà: E (escursionista)
Tempo: 3 h
Dislivello: 794 m

Alla scoperta delle sorgenti dell’Adda

Si sa, chi ama la montagna, pianifica escursioni durante tutto il corso dell’anno. L’estate, però, è uno dei momenti migliori per avventurarsi ed esplorare posti nuovi. Ed è proprio quando l’hai aspettata tutto l’anno che, quando arrivi a Livigno, in Lombardia, ti sembra di sognare! La sensazione è quella di entrare in un mondo nuovo. Immense valli in cui pascolano cavalli e puledrini, laghi d’altura e le caratteristiche malghe, rendono il paese uno dei posti principe per gli appassionati di montagna.
Tra i sentieri più suggestivi c’è quello che porta alle sorgenti del fiume Adda. Partendo dalla famosa Latteria di Livigno, luogo d’incontro e di degustazione di prodotti tipici, si costeggia poi il magnifico lago, con le sue acque limpide e i suoi riflessi.

Lago di Livigno

Incominciando a inoltrarsi nel bosco, la curiosità tipica di chi si spinge in montagna affiora sempre di più nel petto. La stradina sterrata ben segnalata e larga, fa sì che il sentiero sia popolato anche da sportivi in mountain-bike.

1/500 f8 ISO200

1/500 f8 ISO200

La natura regna sovrana. A metà percorso si attraversa un ponte in legno stretto e suggestivo, che rende il tragitto avventuroso e appassionante. Ma non vi preoccupate: è stabile e lo si può attraversare in tutta sicurezza! L’incontro con animali selvatici non è raro, anzi, bisogna tenere gli occhi aperti e la macchina fotografica pronta.

1/500 f8 ISO200

1/500 f8 ISO200

Pian piano che si sale, ai pini mughi si affiancano larici e abeti, che si diradano sempre più e lasciano il posto a una vallata dall’aspetto lunare. Ebbene sì, il vento che fa ondulare l’erba come fosse un mare ondoso e la pace che regna in quel posto, fanno venire voglia di sedersi in mezzo al prato e godersi il sole, liberi da ogni pensiero.
Dopo circa 400 metri di dislivello si arriva al Lago dell’Alpisella, a 2268 metri di altitudine. Il paesaggio è suggestivo, pieno di colori e…di mucche che pascolano tranquille. Un pastore rilassato le monitora dalla malga lì vicino.
Si intravedono le cime più alte innevate dietro collinette verdi costellate di fiori e grandi massi in mezzo a enormi vallate, segno di antiche frane.

1/400 ISO100 f8

1/400 ISO100 f8

Si arriva poi ad un bivio con le indicazioni per imboccare il sentiero per le sorgenti dell’Adda. Da qui incomincia un paesaggio ancora diverso e che ricorda in molti aspetti quello dolomitico. Le cime hanno un colore tendente al rossiccio e il sentiero diventa man mano più stretto.
La meta arriva presto, così come il meritato riposo! Le sorgenti non sono altro che un piccolo rigoletto di acqua che scende verso valle. Riempite le borracce, perché si può gustare la pura acqua di fonte, quella che poi diventerà il quarto fiume più lungo d’Italia, con i suoi ben 313 chilometri! La radura è piena di farfalle della famiglia delle satiridi, che si posano dappertutto e senza paura.
Non bisogna certo dimenticarsi del viaggio di ritorno! La meta rappresenta solo la metà del viaggio! Spesso non ci si rende conto di quanta strada facciamo nel tragitto di andata, affascinati come siamo dal paesaggio che ci circonda. Il viaggio è lungo, ma ci si può gustare di nuovo gli immensi spazi verdi e la natura incontaminata. Gli amanti della fotografia resteranno di sicuro ammaliati e riempiranno cataloghi interi di scatti fatti lungo il sentiero.

1/640 f8 ISO200

1/640 f8 ISO200

1/320 f8 ISO100

1/320 f8 ISO100

Le difficoltà tecniche sono quasi assenti. Il sentiero è immerso nel Parco Nazionale dello Stelvio ed è adatto a tutti i buoni camminatori (8,6 km – 2 h 40 m). Sicuramente da provare in una giornata estiva di sole. E dopo essere tornati in paese, perché no, ci si può fermare alla Latteria per rifocillarsi e….preparare l’escursione del giorno dopo!

1/800 f8  ISO100

1/800 f8 ISO100