Paesaggi – Landscapes

Una veduta panoramica del castello di Neuschwanstein

Il castello che ha ispirato la Disney e il suo bosco incantato

Questa storia non inizia come tutte le altre, a cominciare dal narratore. Non è Cristina che vi parla, ma io, Fabio. Mi sono appropriato del computer per rendervi partecipi di un’avventura indimenticabile che abbiamo vissuto la scorsa estate, durante il nostro viaggio itinerante che da Torino ci ha portato in Trentino, fino ad arrivare in Austria e in Germania. Il castello che ha ispirato la Disney Una delle tappe immancabili era il castello di Neuschwanstein. Lo so, il nome è impronunciabile se non dopo un buon allenamento. Anzi, anche dopo quello riesce ancora difficile ripeterlo a voce alta. Il magnifico castello si trova in Baviera, nella Germania meridionale. Quasi tutti lo conoscono o lo hanno visto in fotografia. Il maniero fiabesco è infatti stato preso a modello dalla Disney per disegnare il celebre logo che apre ogni suo film o cartone animato. Una veduta panoramica del castello di Neuschwanstein Fu edificato tra il 1869 al 1884 su volere di Ludovico II di Baviera, un re che ricordiamo per la sua incredibile eccentricità e fantasia e a cui andrebbe dedicato un post a parte. Ciò che però è meno conosciuto, è il bosco che circonda il castello con il suo incantevole ruscello e i suoi sentieri che si inerpicano per le colline. Come arrivare al castello di Neuschwanstein Per vivere appieno la poeticità del luogo, consigliamo di parcheggiare l’auto o arrivare in bus nel paesino di Hoenschwangau. A quel punto, dopo aver comprato i biglietti per il castello, si può cominciare la salita a piedi nel sentiero ben segnalato che parte dal centro del Paese. Per i più pigri va bene anche la comoda navetta. P1220756 Disclaimer: Dal momento che il luogo è affollatissimo di turisti, se si decide di visitarlo nel periodo estivo, conviene prenotare i biglietti con grande anticipo cliccando questo link. Ma torniamo ad immergerci nel nostro tour. Dopo aver iniziato la salita verso il castello, tirate fuori la macchina fotografica perché i colori del bosco sono bellissimi e salendo verso Neuschwanstein si aprono degli scorci davvero incredibili. A metà salita, dopo circa mezz’oretta si trova una caratteristica Gasthof (locanda) in cui poter comprare pretzel e hamburger. Non siete obbligati a fermarvi là, dato che dopo pochi tornanti, arrivati alla base del castello si possono trovare altri negozietti che servono piccoli spuntini. P1220819   La natura attorno al castello Ecco, ora visitate per bene il castello e noi vi aspettiamo fuori. Perché come vi abbiamo lasciato intendere all’inizio di questo post, ci piacerebbe parlare più della natura che circonda Neuschwanstein che del castello stesso. Va bene, è il momento di dire tutta la verità. Cristina ed io siamo stati veramente degli sprovveduti e non abbiamo prenotato i biglietti in anticipo, perdendoci così la visita degli interni del castello. Shame on us! Ma non perdiamoci d’animo e continuiamo. il castello di Neuschwanstein domina la valle   Il ponte di Marienbrucke, per assaporare il brivido dell’avventura Dalla base del castello proseguite la vostra passeggiata seguendo i cartelli che portano al Ponte di Marienbrucke e non ve ne pentirete. Fu voluto dal principe ereditario Massimiliano II di Baviera (padre di Ludovico II) che fece costruire una passerella di legno sopra la gola. Successivamente la struttura fu rafforzata con una struttura di metallo. Giunti al castello lo si intravede in lontananza, a dominare la gola di Pollat e la cascata che vi scorre al di sotto. Saliti sul ponte di ferro, godrete di un magnifico panorama da cui fare bellissime foto al castello. Disclaimer 2: se soffrite di vertigini pensateci due volte prima di salire sul ponte e guardare sotto. Traballa un pochino e se si abbassa lo sguardo si rimane, come dire, colpiti dall’altitudine e dallo strapiombo. Per trovare il coraggio pensate che il ponte è regolarmente sottoposto ad accurata e teutonica manutenzione. Il prossimo ciclo di lavori partirà il 3 agosto 2015. P1220737 P1220776 Non mi resta altro che consigliarvi di includere questo bellissimo castello tra le tappe del vostro viaggio! Alla prossima!

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Un sentiero panoramico a due passi da Claviere

Oggi sono qui per parlarvi di un sentiero sul confine italo-francese. La partenza è da Claviere, un paese di soli 200 abitanti, ma famoso per due principali motivi. Il primo: ospita il ponte tibetano più lungo del mondo, 468 metri di pura avventura. Il secondo: è situato ai piedi dell’imponente Monte Chaberton, una cima di 3130 metri, facilmente raggiungibile con un buon allenamento.
Ma non voglio scrivere né di uno né dell’altro, ci sarà modo di farlo in seguito, dedicando loro l’attenzione che si meritano. Oggi voglio parlarvi di un sentiero breve, ma molto panoramico, ideale per le giornate in cui si vuole staccare un po’ dalla vita da città; porta a Portiola Bassa, un fiabesco pianoro ombreggiato situato a 2045 metri di altitudine.
Ma è bene partire dall’inizio! Prima di tutto, direi, l’imbocco del sentiero: in prossimità dell’Hotel Miramonti, verso il confine francese, si può trovare un’ottima segnaletica che indica una strada sterrata che costeggia il Rio Secco. Le indicazioni da seguire sono quelle che portano a “La Madonnina” o “Punto Panoramico Alto” o direttamente “Portiola Bassa”.

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Il sentiero si immerge quasi subito nel bosco ed in questo periodo è un’esplosione di colori primaverili.

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Sebbene il tracciato sia moderatamente ripido, La Madonnina la si raggiunge in appena 10/15 minuti di cammino. Qui si trova appunto una Madonnina incastonata in un altare di pietre che domina dall’alto il paese. A soli 1850 metri e dopo una decina di minuti, ecco quindi il primo punto panoramico. Ci sono alcune panchine per ammirare il panorama, è vero, ma il mio consiglio è di continuare, il meglio deve ancora arrivare! Vicino al piccolo altare si può trovare anche un cippo di confine, con una grande F incisa sulla pietra. A questo proposito c’è da ricordare che Claviere è sempre stata un po’ contesa tra italiani e francesi. Una storia travagliata la sua, prima in suolo italiano, poi divisa a metà in seguito alla Seconda Guerra Mondiale, infine di nuovo riunita in territorio quasi interamente italiano nel 1974.

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Proseguendo il sentiero, sempre ben segnalato, si fa più ripido. Dopo circa 40 minuti si arriva al bivio per il Punto Panoramico Alto e la Portiola Bassa. A questo proposito ci tengo a precisare che nel percorrere io stessa il sentiero ho deciso di saltare la tappa al Punto Panoramico Basso. Scelta personale: non vedevo l’ora di arrivare in alto!
Il Punto Panoramico Alto, dopo il bivio, si raggiunge in pochissimi minuti. È davvero suggestivo, provvisto di panche e  un piccolo tavolino circolare di legno, in cui sono incisi i nomi dei monti che circondano la valle. La vista da questo balcone fa dimenticare gli sforzi della salita. Nelle giornate limpide sono visibili i vari sentieri della valle, il paese di Claviere con annessi abitanti che passeggiano lungo la sola via principale.

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Se però volete staccarvi ancora di più da tutto ciò che riguarda la civilizzazione, proseguite per la Portiola Bassa: 2/3 tornanti dopo l’ultimo bivio con il Punto Panoramico Alto e siete arrivati. Anche qui sono presenti delle panche di legno per farvi riprendere le forze appieno. Il pianoro ha qualcosa di davvero suggestivo, quasi fiabesco.

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Protetti dalla Punta della Portiola, di 2815 metri, da un lato, avvolti in un bosco silenzioso e rilassante dall’altro. Il sole tra le fronde degli alberi cerca di farsi strada e qualche volta ci riesce, illuminando sprazzi di prato puntellato da fiori blu. Insomma, un’atmosfera unica!

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Il sentiero finisce qui. In verità da questo spiazzo inizia un sentiero più impegnativo per raggiungere la Batteria Alta, a 2200 metri. Tuttavia oggi era sconsigliato a causa di terreno franato sul tracciato. Quindi, occhio, siete avvisati!
In poche ore avete quindi avuto la possibilità di inspirare a pieni polmoni aria pura di montagna, affacciarvi ad un balcone su una natura maestosa e assaporare il relax che solo il bosco è capace di regalare. Scesi a valle, quindi, potete godervi il meritato riposo o programmare la prossima avventura!

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La bioluminescenza e i suoi spettacoli naturali

Qualche giorno fa mi è capitato di vedere uno di quei documentari che narrano della vita negli abissi più profondi degli oceani. Uno degli aspetti che mi ha colpito di più è stato la bioluminescenza, ovvero la capacità di alcuni animali di produrre energia luminosa attraverso particolari reazioni chimiche.

L’animale più famoso e che può essere considerato l’emblema di questo affascinante fenomeno è certamente la lucciola, capace di emettere luce già allo stato larvale per intimidire probabili predatori, avvisandoli che no, non sarebbe proprio buona da mangiare e anzi, addirittura tossica. Le lucciole adulte, inoltre, usano la bioluminescenza per cercare il proprio partner: i maschi emettono luce ad intermittenza e a diverse intensità in cerca di una femmina, che risponde al richiamo con un flash.
L’importantissima ricerca di una compagna ad opera del maschio è per i nostri occhi uno spettacolo emozionante. In diverse zone del mondo si assiste a veri e propri sciami di lucciole che risplendono ad intermittenza, fino a sincronizzarsi in un’unica sinfonia che dura circa due settimane ogni anno.

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La stagione degli amori non è prevedibile e cambia annualmente. Gli scienziati non hanno ancora capito il perché, si sa però che cade all’incirca tra la terza settimana di maggio e la terza di giugno. Una tra le più grandi colonie di questi coleotteri è situata in Malaysia, nel villaggio di Kuala Selangor, divenuto noto ai turisti proprio per lo spettacolo che queste lucciole sono in grado di regalare.
Ma come fa la lucciola ad illuminarsi? Ebbene, la reazione chimica coinvolge il substrato organico luciferina, che emette la luce quando ossidato, grazie all’enzima luciferasi. Ma direi di non scendere troppo nei dettagli! Ci basta sapere che la lucciola regola la sua luminescenza regolando il flusso di aria e quindi di ossigeno entrante nelle parti addominali trasparenti posteriori. Un espediente naturale davvero elaborato!

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Non c’è che dire, la natura ci dona sempre atmosfere magiche. Un altro magnifico esempio di bioluminescenza lo si può trovare alle Maldive. Certo, non è proprio dietro l’angolo, ma se mai vi capiterà di viaggiare in una di quelle sognanti isole, in special modo nell’isola di Mudhdhoo, occhi aperti! La spiaggia al calar del sole ha la “capacità” di illuminarsi in una suggestiva scia blu luminosa. Ciò è dovuto al fitoplancton bioluminescente.Red Tide Bio Luminescense-2
L’Università di Harvard ha condotto uno studio accurato per scoprire nel dettaglio il meccanismo per il quale avviene questo fenomeno. Gli studiosi hanno scoperto che le alghe microscopiche contenenti clorofilla, i dinoflagellati, presentano un canale che risponde a segnali elettrici. Gli impulsi elettrici, probabilmente dati dal movimento fluttuante delle onde, permettono a dei protoni di passare all’interno del canale e innescano così delle reazioni chimiche che attivano la proteina colpevole del caratteristico colore blu.
Ma lasciamo agli scienziati gli aspetti più tecnici! Una tra le tante curiosità è che il fitoplancton è presente anche nei laghi, ma la bioluminescenza in questo caso è assente! Solo con l’acqua salata si possono osservare le scie blu. Spiagge luminose si possono immortalare, se siete fortunati, anche in California, sulla costa di Leucadia, sulle coste della Florida o su quelle dell’arcipelago indiano delle Laccadive.
Fenomeni sparsi un po’ per tutto il mondo, insomma, che regalano emozioni uniche già in fotografia.

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Il Lago Verde, un angolo di paradiso color smeraldo

Siamo in piena primavera, sui rami sono visibili i primi germogli e i prati sono un arcobaleno di colori. Per noi amanti della fotografia poi, è il momento più adatto per ampliare il nostro portfolio.
Ecco allora un’occasione che non potete assolutamente perdervi, un paesaggio mozzafiato accessibile in appena un’ora di cammino, su strada sterrata e con dislivello complessivo di 70 metri! Insomma, cosa volete di più dalla vita?
La destinazione è il suggestivo Lago Verde, a due passi (nel vero senso della parola!) da Bardonecchia.
Il lago è immerso nell’incantevole Valle Stretta, una valle italo-francese tra Bardonecchia e Névache. La passeggiata è breve e parte dalle grange della valle, vicino ai rifugi Re Magi e III Alpini.

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Lì si può parcheggiare l’auto nell’ampio spiazzo dedicato e cominciare ad incamminarsi sul sentiero, che si dirama sinuosamente tra i prati verdi disseminati di fiori. Davanti ai propri occhi le vette inconfondibili del Grand Seru e, sulla sinistra, il Monte Thabor.
Lungo il sentiero si trova anche una piccola cappella dedicata a San Bartolomeo e alcune grange. Seguendo le indicazioni per il Lago Verde, ci si incammina e si prende la destra al bivio, fino a raggiungere un ponticello di legno che attraversa il Rio della Valle Stretta. Da qui la strada si fa in salita, ma la fatica dura poco! Il tracciato poi si addentra in un bosco di conifere e ripiega in una discesa decisa, da cui, tra i rami, si incominciano a scorgere le meravigliose sfumature color smeraldo del lago.
A questo punto, il più delle volte, si sente qualche voce stupita che esclama “Ma è proprio verde!”

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Si arriva così, in men che non si dica, in un piccolo angolo di paradiso. Se prima eravate accompagnati dal suono dell’acqua dell’impetuoso rio appena attraversato, ora, addentrati nel bosco, siete avvolti da un silenzio quasi zen (sempre sperando che i turisti non siano troppi!).
Piccole spiaggette e rocce qua e là per recuperare le energie con un buon spuntino e per prendere il sole lontano dalla civiltà.

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Il lago ha mille sfumature, verde, smeraldo, blu e le trasparenze sono davvero incredibili. Da sempre il fondale è composto da tronchi di antichi larici, che donano ad lago un aspetto magico e nel contempo quasi spettrale. Un piccolo sentierino permette di percorrerlo in tutti i suoi confini. È davvero un paesaggio unico che non ci si stanca mai di fotografare.

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Seven Summits +1: le montagne più alte del mondo

Qualche giorno fa, esattamente l’11 dicembre, è stata la giornata internazionale della montagna. E per una appassionata come me, non potevo non approfittare di questa occasione per scrivere un “piccolo” post sull’argomento!
Cominciamo da lontano e voliamo tra le vette più alte del pianeta!

ASIA:
La cima più alta del mondo, Sagarmatha, in nepalese “dio del cielo”, o Chomolangma, in tibetano “madre dell’universo” o, come meglio lo conosciamo noi, l’Everest: 8848 metri, centinaia di alpinisti ogni anno che tentano di conquistarne la vetta. E con loro moltissimi sherpa, indispensabili per ogni spedizione.

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Il K2, il secondo ottomila del mondo. Molti alpinisti, Messner compreso, la considerano la più tecnicamente difficoltosa tra le montagne che superano gli 8000 metri. Il suo nome è origine di un vecchio fraintendimento, risalente al 1856. Lo chiamarono Karakorum 2, poiché Karakorum 1 fu assegnato erroneamente al monte Masherbrum, di 7821 metri, che a quel tempo si riteneva il più alto. Quando però fu scoperto l’errore, al K2 non fu cambiato nome, poiché, in effetti, risultava essere davvero la seconda montagna più alta del mondo, nel gruppo montuoso del Karakorum, in Himalaya.

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AFRICA:
Il famosissimo Kilimangiaro è la cima più alta del continente africano, un vulcano di 5895 metri in Tanzania. Sulla cima il Ghiacciaio di Rebmann, mentre tra due dei tre crateri da cui il vulcano è formato, è presente la cosiddetta sella dei venti, dominata dalla tundra.
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OCEANIA:
Il Puncak Jaya, alto 4884 metri, si trova in Nuova Guinea. Viene chiamato anche Piramide Carstensz da molti alpinisti. L’avventura che questi ultimi vivono per scalare questo picco è davvero selvaggia. Per arrivare solo al campo base, bisogna letteralmente attraversare la giungla, dopo essere atterrati in uno dei villaggi nelle vicinanze con un piccolo aereo locale.

 

NORD AMERICA:
Il Monte McKinley, in Alaska, 6194 metri di altitudine. Alla quota di 5800 metri è presente una stazione meteo, precisamente la terza più alta del mondo, che ha registrato temperature davvero rigide. Pensate che si sono registrati addirittura -59°C durante dicembre 2003. Il mese precedente dello stesso anno, inoltre, il vento sferzava con forza a 29.6 km/h, abbassando ulteriormente la temperatura percepita a ben -83°C! Solo questione della stagione invernale? Ebbene, in giugno si sono toccati anche i -30.5°C, quindi l’ipotesi è da scartare.

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SUD AMERICA:
Aconcagua, 6962 metri, nelle Ande dell’Argentina, ma a pochi chilometri dal confine con il Cile. A detta di molti alpinisti, non è tra le cime più tecnicamente difficili se si considera la via normale a nord, ma non per questo bisogna sottostimarne l’ascesa. Inaspettatamente, è la parete sud la più impegnativa.
I più assidui frequentatori sono sicuramente gli alpinisti americani (forse date anche le vicinanze), seguiti poi dai tedeschi e dagli inglesi.

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ANTARTIDE:
Il Monte Vinson, 4897 metri. La prima ascensione è datata 1966. Fu l’ultimo ad essere “scoperto” e conseguentemente nominato. Il periodo migliore per salire in vetta è in estate, ossia da Dicembre a Gennaio, quando il sole è presente 24h. Solitamente bastano circa 10 giorni, ma sono giorni da vivere in condizioni estreme, con temperature ben al di sotto dello zero e venti freddi che contribuiscono all’accumulo della neve. Oltre a questi motivi e al fatto di essere un posto davvero remoto, gli alpinisti che tentano la vetta sono in numero minore rispetto alle altre Seven Summits.

 

EUROPA:
E infine, ho volutamente lasciato per ultimo il continente in cui vivo. Qui, la vetta più alta è il Monte Bianco, con i suoi 4810 metri. Questa gigantesca montagna, che fa parte dell’omonimo massiccio, è generalmente sempre innevata sopra i 2800 metri di altitudine. Fu scalato la prima volta nel 1786 da Balmat, un alpinista cercatore di cristalli e Paccard, un medico, oltre che botanico e, naturalmente, alpinista. L’ascensione fu realizzata grazie anche alla ricompensa che lo scienziato De Saussure aveva promesso a chi lo avesse scalato per primo. De Saussure era davvero affascinato da questa cima che vedeva dalla sua finestra a Ginevra, tanto che volle “conquistarla” egli stesso, accompagnato dallo stesso Balmat un anno dopo. Ma non si può certo dargli torto: il Monte Bianco attira 15 milioni di turisti l’anno, tutti affascinati dalla sua bellezza.

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Un fondale marino a 2650 metri: Le Chenaillet

Famoso d’inverno per il gigantesco comprensorio sciistico della Via Lattea, d’estate il Monginevro si trasforma e fiorisce. Immense vallate, laghi d’altura e vette di tutto rispetto… Il massimo per un escursionista!
Luglio è tra i mesi migliori per esplorare gli sconfinati sentieri che si diramano dal paese.
Cartina in mano, bussola, altimetro e… si parte!

Oggi vi racconto la mia ultima escursione sulle Alpi con Fabio. L’obiettivo? Raggiungere la vetta del Monte Chenaillet (2650 m), da cui si gode una vista mozzafiato. La si raggiunge attraverso un percorso geologico ricco di storia e natura, costellato da resti del filo spinato che separava il confine italo-francese prima della Seconda Guerra Mondiale. Insomma, un museo a cielo aperto per storici, naturalisti, fotografi e semplici camminatori.

Siamo partiti da Montgenevre, situato a una quota di 1856 metri, partendo dalla cabinovia de Les Chalmettes ed abbiamo imboccato il sentiero dopo aver costeggiato i campi da tennis e il parco avventura tra gli alberi. Il sentiero è ben segnalato e bisogna seguire le indicazioni per il sentier géologique.
Ci siamo addentrati subito in un bosco molto suggestivo, che costeggia l’acqua limpida del fiume La Durance, che sorge proprio dal monte Le Chenaillet! Dopo aver attraversato un ponticello di legno, costruito con qualche asse e fissato con pochi chiodi, ci siamo inoltrati nella natura. L’erba alta dona un aspetto selvaggio e avventuroso, che ci fa velocemente dimenticare di essere a soli due passi dal paese.
Il sentiero pullula di farfalle che ci svolazzano attorno in gruppi numerosi e sembra vogliano accompagnarci aprendoci la strada.

Superato il bosco, proseguiamo su una stradina sterrata, in parallelo a un percorso per gli appassionati di downhill. Il paesaggio si apre e alle nostre spalle svetta il maestoso monte Chaberton, con i suoi 3131 metri. Ma di questo ne parleremo un’altra volta!
Il sentiero in questo tratto è molto semplice e quindi anche molto popolato, soprattutto nelle calde giornate estive.

Monte Chaberton

Monte Chaberton

Salendo, alla nostra destra, scorgiamo Le Janus, di 2543 metri. Proprio là ci è capitato di assistere a un’operazione del soccorso alpino. Ci aveva incuriosito vedere questo elicottero che sfiorava gli immensi roccioni della parete della montagna, quasi sfiorandoli, con il muso della fusoliera rivolto verso di esse, come se stesse scandagliando l’area in cerca di qualcosa… o qualcuno. Pronta, ho tirato fuori la macchina fotografica e cominciato a filmare. Quando poi il soccorritore si è calato con il verricello, abbiamo identificato anche l’escursionista rimasto intrappolato tra le rocce. L’operazione è durata pochi minuti. La guida alpina si è calata, ha assicurato l’escursionista mentre il pilota si allontanava leggermente a causa della forte scia che altrimenti avrebbe provocato. Dopodichè ha fatto cenno all’elicottero di calare il verricello legando entrambi ad esso e infine sono stati tratti in salvo all’interno della fusoliera dell’elicottero. Vedere scene del genere fa pensare ai volontari, che rischiano la propria vita per salvarne altre e non si può far altro che nutrire rispetto e una sorta di gratitudine per queste persone.

Soccorso alpino

Soccorso alpino

Ma continuiamo il nostro viaggio! Superando la seggiovia che porta fino al Fort du Gondran a circa 2400 metri, siamo arrivati fino al Lac de Sagen Enforza, un laghetto artificiale.
Proseguendo più avanti siamo giunti ad un incrocio. A destra si arriva al forte, mentre a sinistra si prosegue per la nostra meta. Da lì in poi continuiamo a seguire le indicazioni per il sentiero geologico. Passo dopo passo il tracciato si restringe e attraversiamo tratti di pietraia. Ci si immerge tra le enormi rocce, una volta facenti parte di fondali oceanici. È molto suggestivo, un paesaggio marino alpino! Il monte stesso è un antico vulcano sottomarino di 155 milioni di anni fa!

In un’ora circa dall’incrocio nella vallata sottostante raggiungiamo la vetta. Lì la vista è ineguagliabile e ripaga di tutte le fatiche dell’ascesa.
Un panorama a 360°, le cime che svettano tra le nuvole. Inconfondibili il picco di Rochebrune (3320 m) e la Barre des Écrins (4102 m), ma tutte le altre vette, anche le meno conosciute, si possono identificare grazie alle illustrazioni installate su appositi banchi di legno.
Dalla cima de Le Chenaillet è possibile raggiungere il Colletto Verde e scendere attraverso il confine italo-francese fino a raggiungere Claviere, oppure riprendere la via dell’andata.
Prima di cominciare la discesa, abbiamo fatto la conoscenza con un brizzolato escursionista francese, intento a scrutare le montagne con il suo binocolo, in cera di animali. Ci ha suggerito molte vie da provare in futuro, popolate da camosci e marmotte, nei pressi di Briançon.

Dal momento che in montagna è bene essere sempre pronti e previdenti, teniamo conto anche della durata della discesa e non rimaniamo a lungo in vetta. Rifocillati con del cioccolato, ripartiamo, con la stanchezza nelle gambe che si fa sentire, ma soddisfatti del percorso.

picco di Rochebrune

Carta dei sentieri: n°1 IGC. Valli di Susa, Chisone e Germanasca
Livello di difficoltà: E (escursionista)
Tempo: 3 h
Dislivello: 794 m

Alla scoperta delle sorgenti dell’Adda

Si sa, chi ama la montagna, pianifica escursioni durante tutto il corso dell’anno. L’estate, però, è uno dei momenti migliori per avventurarsi ed esplorare posti nuovi. Ed è proprio quando l’hai aspettata tutto l’anno che, quando arrivi a Livigno, in Lombardia, ti sembra di sognare! La sensazione è quella di entrare in un mondo nuovo. Immense valli in cui pascolano cavalli e puledrini, laghi d’altura e le caratteristiche malghe, rendono il paese uno dei posti principe per gli appassionati di montagna.
Tra i sentieri più suggestivi c’è quello che porta alle sorgenti del fiume Adda. Partendo dalla famosa Latteria di Livigno, luogo d’incontro e di degustazione di prodotti tipici, si costeggia poi il magnifico lago, con le sue acque limpide e i suoi riflessi.

Lago di Livigno

Incominciando a inoltrarsi nel bosco, la curiosità tipica di chi si spinge in montagna affiora sempre di più nel petto. La stradina sterrata ben segnalata e larga, fa sì che il sentiero sia popolato anche da sportivi in mountain-bike.

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La natura regna sovrana. A metà percorso si attraversa un ponte in legno stretto e suggestivo, che rende il tragitto avventuroso e appassionante. Ma non vi preoccupate: è stabile e lo si può attraversare in tutta sicurezza! L’incontro con animali selvatici non è raro, anzi, bisogna tenere gli occhi aperti e la macchina fotografica pronta.

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Pian piano che si sale, ai pini mughi si affiancano larici e abeti, che si diradano sempre più e lasciano il posto a una vallata dall’aspetto lunare. Ebbene sì, il vento che fa ondulare l’erba come fosse un mare ondoso e la pace che regna in quel posto, fanno venire voglia di sedersi in mezzo al prato e godersi il sole, liberi da ogni pensiero.
Dopo circa 400 metri di dislivello si arriva al Lago dell’Alpisella, a 2268 metri di altitudine. Il paesaggio è suggestivo, pieno di colori e…di mucche che pascolano tranquille. Un pastore rilassato le monitora dalla malga lì vicino.
Si intravedono le cime più alte innevate dietro collinette verdi costellate di fiori e grandi massi in mezzo a enormi vallate, segno di antiche frane.

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Si arriva poi ad un bivio con le indicazioni per imboccare il sentiero per le sorgenti dell’Adda. Da qui incomincia un paesaggio ancora diverso e che ricorda in molti aspetti quello dolomitico. Le cime hanno un colore tendente al rossiccio e il sentiero diventa man mano più stretto.
La meta arriva presto, così come il meritato riposo! Le sorgenti non sono altro che un piccolo rigoletto di acqua che scende verso valle. Riempite le borracce, perché si può gustare la pura acqua di fonte, quella che poi diventerà il quarto fiume più lungo d’Italia, con i suoi ben 313 chilometri! La radura è piena di farfalle della famiglia delle satiridi, che si posano dappertutto e senza paura.
Non bisogna certo dimenticarsi del viaggio di ritorno! La meta rappresenta solo la metà del viaggio! Spesso non ci si rende conto di quanta strada facciamo nel tragitto di andata, affascinati come siamo dal paesaggio che ci circonda. Il viaggio è lungo, ma ci si può gustare di nuovo gli immensi spazi verdi e la natura incontaminata. Gli amanti della fotografia resteranno di sicuro ammaliati e riempiranno cataloghi interi di scatti fatti lungo il sentiero.

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Le difficoltà tecniche sono quasi assenti. Il sentiero è immerso nel Parco Nazionale dello Stelvio ed è adatto a tutti i buoni camminatori (8,6 km – 2 h 40 m). Sicuramente da provare in una giornata estiva di sole. E dopo essere tornati in paese, perché no, ci si può fermare alla Latteria per rifocillarsi e….preparare l’escursione del giorno dopo!

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C’è nell’uomo un qualcosa che lo spinge ad esplorare…

C’è nell’uomo un qualcosa che lo spinge ad esplorare, a cercare di superare i propri limiti e a cercarne di altri.

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Laghi di Cancano

È difficile descrivere quella sensazione che affiora quando si cerca di seguire il proprio istinto. Lo stesso George Mallory, alla domanda perché mai volesse scalare l’Everest, rispose “Perché è lì”. Mallory fu uno dei primi alpinisti a tentare la vetta del tetto del mondo, insieme al suo compagno di cordata Andrew Irwin.
Lo spirito dei grandi avventurieri è forse più intuibile, più che con qualche parola messa per iscritto, con sensazioni, emozioni adrenaliniche e grandi ideali.

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Fuorcla Trupchun

Ogni qual volta guardo una montagna, la mia mente accosta a quell’immagine una sola parola: “grazia”. Essendo appassionata di alpinismo e montagna, il mio intento in questi scatti è quello di riprodurre il rapporto tra l’uomo e la montagna. Un equilibrio a volte in bilico ma, la maggior parte delle volte, forte e armonico.

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Valle di Rhemes

C’è qualcosa nelle montagne che agisce sullo spirito. Esse suscitano in noi un forte senso di consapevolezza spirituale e la percezione della nostra transitoria e fragile mortalità e del posto insignificante che occupiamo nell’ Universo[…]

Aleggia su quella montagna il richiamo del silenzio che è proprio delle grandi vette, un canto di sirena che mi attira mio malgrado[…]

Joe Simpson, “Il richiamo del silenzio”

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Valle di Rhemes

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Fuorcla Trupchun

Un abile arrampicatore

1/640sec   f8  ISO 200

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Senza le sue imponenti corna e visto da vicino, sembrerebbe quasi una capra, ed infatti il suo nome è proprio Capra Ibex. Stiamo parlando dello stambecco, animale con una storia travagliata.

Grazie alla famiglia reale è sopravvissuto all’estinzione, poichè Vittorio Emanuele II, per salvaguardare l’attività venatoria della sua casata, istituì una riserva nelle ultime zone in cui era ne rimasta traccia. Nella stessa riserva, successivamente allargata, nacque poi il Parco Nazionale del Gran Paradiso nel 1922. Una scelta che può definirsi “egoista” ha fortunatamente salvato lo stambecco.

Tutte le popolazioni che attualmente popolano le altre zone delle Alpi sono frutto di una reintroduzione in natura, solo la Valle d’Aosta non ha mai necessitato di una tale azione.

Gli stambecchi vivono ad alte altitudini, fin oltre i 3000 metri. Prediligono le pareti rocciose esposte a sud e sono conosciuti perchè eccellenti arrampicatori. Si dividono in branchi di femmine e di maschi. I gruppi di femmine accudiscono i piccoli. Non è raro vedere la femmina di stambecco prendersi cura di più capretti. Questi ultimi sono talvolta presi di mira dalle aquile, che li spaventano facendoli cadere da dirupi e cibandosene.

I maschi di stambecco sono facilmente distinguibili dalle femmine per le più lunghe e massicce corna. Da queste si può risalire agli inverni passati dell’esemplare, contando i nodi che si formano annualmente.

Uno spettacolo singolare si può osservare alla diga di Cingino, in Val d’Ossola, chiamata “palestra degli stambecchi”. Qui gli animali scalano la parete quasi verticale per cibarsi del salnitro, poichè il sale è indispensabile alla loro dieta.

Ora la specie spopola in tutto l’arco alpino ed è facilmente avvistabile da esursionisti e scalatori.

Ho scattato queste foto nei pressi dei Parchi Nazionali dello Stelvio e Svizzero e lungo il sentiero che porta ai Laghi della Forcola.

Partita da Livigno in giornate diverse ho raggiunto la Bocchetta del Trupchun, a 2700 metri, e i Laghi della Forcola, a 2600 metri. Osservare a distanza ravvicinata questi animali è stata una ricompensa preziosa per le intense ma magnifiche camminate.

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