Animali

Mamma orsa passeggia al limite del bosco con i suoi 3 cuccioli

L’orso bruno: abitante delle Alpi e degli Appennini italiani

Oggi sono qui a parlarvi di un animale che molti temono, ma pochi conoscono: l’orso bruno.

Forse vi ricorderete la brutta storia dell’orsa Daniza, che aveva sollevato proteste dal mondo animalista.
L’orsa aveva ferito un cacciatore di funghi, probabilmente per proteggere i suoi due cuccioli appena nati. Era stata sedata, ma il sovradosaggio le era stato letale. I due cuccioli erano andati incontro al loro destino, senza una mamma ad accudirli e dovendo affrontare il mondo soli e con le proprie forze. Ebbene, ad oggi sappiamo che i due piccoletti sono sopravvissuti e si sono svegliati dal letargo. Quando si dice la forza della sopravvivenza!

Mamma orsa passeggia al limite del bosco con i suoi 3 cuccioli

Il goloso orso Yoghi o il feroce grizzly?
Quando sentiamo parlare di orsi si sa, siamo sempre un po’ intimoriti. D’altronde sono animali dalle dimensioni davvero notevoli, con quei grossi artigli e quella dentatura ben poco rassicuranti. Insomma, non è proprio come trovarsi di fronte al simpatico orso Yoghi e al suo tenero amico Bubu.
Tanto per dare un’idea della loro stazza, pensate che il peso medio di un maschio di orso bruno europeo è di 130 kg, mentre una femmina pesa all’incirca 90 kg. Il cucciolo al primo anno di età, benché abbia quei teneri occhioni (se visti da debita distanza), pesa dai 25 ai 50 kg! I cuccioli di Daniza pesavano 30 kg a 6 mesi dalla nascita. Sono caratteristiche di non poco conto, direte. E io sono d’accordo con voi.

Mamma orsa gioca con il suo cucciolo in mezzo ad un prato al limitare della foresta

Un olfatto sopraffino per fiutarci da lontano
Attenzione però a non diventare troppo antropocentrici e pensare che, al solo vederci, il suo primo istinto sarà di attaccare l’uomo. Anche perché la sua vista non è sviluppata quanto il suo olfatto e il suo udito. Gli orsi riescono a fiutarci anche a chilometri di distanza. Se li vediamo, quindi, è probabile che loro sappiano della nostra presenza già da parecchi minuti. Siamo spacciati vi chiederete? Direi di no.
In effetti gli orsi ci evitano quanto più possibile, anzi, non ci vorrebbero proprio incontrare! Devono però coprire grandi distanze, soprattutto i maschi nella stagione degli amori alla ricerca di una femmina. Per questo motivo è molto probabile che i nostri sentieri si incrocino, essendo l’orso costretto ad attraversare territori popolati dall’uomo.

Ma quali sono le specie di orsi che vivono in Italia?
In Italia vivono l’orso bruno europeo e l’orso bruno marsicano. Il primo vive nella parte settentrionale del nostro stivale, principalmente in Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Veneto; il secondo popola invece il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.
Si dice che il marsicano sia la specie più tranquilla; un pacifista direi. Rispetto al suo cugino che vive più a settentrione poi, ha il muso un po’ più schiacciato ed è leggermente più piccolo. Dico leggermente perché considerare piccoli 150 kg è un po’ un azzardo… Questione di punti di vista!

Due orsi in lontananza in mezzo ad un prato ai piedi di una maestosa montagna innevata

Gli orsi bruni e le Alpi italiane
Come la maggior parte delle specie animali a rischio, la principale causa che ha messo a repentaglio la sopravvivenza di questo enorme animale è l’uomo. L’orso bruno è stato infatti negli anni vittima di bracconaggio. Una volta popolava anche le zone centro occidentali dell’Italia, ma nella prima metà del ‘900 la popolazione di orsi si ridusse notevolmente. Alla fine degli anni ’90 rimanevano sulle Alpi italiane appena 4 individui!

È nato così il progetto Life Ursus, che ha previsto il ripopolamento delle Alpi italiane da parte di questo gigante predatore. Il piano, all’apparenza semplice, ha previsto l’introduzione di una decina di esemplari provenienti dalla Slovenia in territorio italiano. Eh si, perché la Slovenia pullula letteralmente di orsi, arriva a contarne addirittura 500! Ad oggi, si stimano più di 35 orsi nel solo Trentino. È per questo che ne sentiamo sempre di più parlare.

Le abitudini degli orsi bruni
Gli orsi sono animali dalle abitudini prettamente notturne, sebbene si pensi che ciò sia dovuto all’uomo e alla sua attività diurna. Sono onnivori e la loro dieta è costituita prettamente da vegetali.
Durante l’inverno cadono in letargo. Non è però un sonno pesante il loro e all’occorrenza si svegliano per riempirsi un po’ la pancia, magari nelle belle giornate di sole. Per prepararsi all’inverno aumentano la loro massa corporea accumulando grasso e intanto si costruiscono la tana che li ospiterà durante la stagione fredda. Di solito è una grotta, come impariamo da tutti i cartoni animati Disney, altre volte un tronco cavo o un crepaccio. È un animale molto pulito e dentro il suo giaciglio non accumula escrementi ma si costruisce un letto di foglie e vegetali che lo isolino dalle fredde temperature e dall’umidità del terreno.
Questa tana che si costruiscono, spesso per i più anziani diventa anche la loro tomba. Molti esemplari, infatti, non si risvegliano più dal loro eterno letargo.

C’è tanto da scoprire sulla vita di ogni animale e ogni volta che parlo di uno si loro rimango sempre più affascinata da come i comportamenti e gli istinti siano frutto di un percorso generazionale. Il loro essere in equilibrio con l’ambiente che li circonda non è scontato ed è frutto di generazioni e generazioni e noi dobbiamo esserne consapevoli e fare di tutto affinché questo equilibrio si conservi.

Il primo piano di un orso bruno che volge lo sguardo al cielo
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La bioluminescenza e i suoi spettacoli naturali

Qualche giorno fa mi è capitato di vedere uno di quei documentari che narrano della vita negli abissi più profondi degli oceani. Uno degli aspetti che mi ha colpito di più è stato la bioluminescenza, ovvero la capacità di alcuni animali di produrre energia luminosa attraverso particolari reazioni chimiche.

L’animale più famoso e che può essere considerato l’emblema di questo affascinante fenomeno è certamente la lucciola, capace di emettere luce già allo stato larvale per intimidire probabili predatori, avvisandoli che no, non sarebbe proprio buona da mangiare e anzi, addirittura tossica. Le lucciole adulte, inoltre, usano la bioluminescenza per cercare il proprio partner: i maschi emettono luce ad intermittenza e a diverse intensità in cerca di una femmina, che risponde al richiamo con un flash.
L’importantissima ricerca di una compagna ad opera del maschio è per i nostri occhi uno spettacolo emozionante. In diverse zone del mondo si assiste a veri e propri sciami di lucciole che risplendono ad intermittenza, fino a sincronizzarsi in un’unica sinfonia che dura circa due settimane ogni anno.

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La stagione degli amori non è prevedibile e cambia annualmente. Gli scienziati non hanno ancora capito il perché, si sa però che cade all’incirca tra la terza settimana di maggio e la terza di giugno. Una tra le più grandi colonie di questi coleotteri è situata in Malaysia, nel villaggio di Kuala Selangor, divenuto noto ai turisti proprio per lo spettacolo che queste lucciole sono in grado di regalare.
Ma come fa la lucciola ad illuminarsi? Ebbene, la reazione chimica coinvolge il substrato organico luciferina, che emette la luce quando ossidato, grazie all’enzima luciferasi. Ma direi di non scendere troppo nei dettagli! Ci basta sapere che la lucciola regola la sua luminescenza regolando il flusso di aria e quindi di ossigeno entrante nelle parti addominali trasparenti posteriori. Un espediente naturale davvero elaborato!

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Non c’è che dire, la natura ci dona sempre atmosfere magiche. Un altro magnifico esempio di bioluminescenza lo si può trovare alle Maldive. Certo, non è proprio dietro l’angolo, ma se mai vi capiterà di viaggiare in una di quelle sognanti isole, in special modo nell’isola di Mudhdhoo, occhi aperti! La spiaggia al calar del sole ha la “capacità” di illuminarsi in una suggestiva scia blu luminosa. Ciò è dovuto al fitoplancton bioluminescente.Red Tide Bio Luminescense-2
L’Università di Harvard ha condotto uno studio accurato per scoprire nel dettaglio il meccanismo per il quale avviene questo fenomeno. Gli studiosi hanno scoperto che le alghe microscopiche contenenti clorofilla, i dinoflagellati, presentano un canale che risponde a segnali elettrici. Gli impulsi elettrici, probabilmente dati dal movimento fluttuante delle onde, permettono a dei protoni di passare all’interno del canale e innescano così delle reazioni chimiche che attivano la proteina colpevole del caratteristico colore blu.
Ma lasciamo agli scienziati gli aspetti più tecnici! Una tra le tante curiosità è che il fitoplancton è presente anche nei laghi, ma la bioluminescenza in questo caso è assente! Solo con l’acqua salata si possono osservare le scie blu. Spiagge luminose si possono immortalare, se siete fortunati, anche in California, sulla costa di Leucadia, sulle coste della Florida o su quelle dell’arcipelago indiano delle Laccadive.
Fenomeni sparsi un po’ per tutto il mondo, insomma, che regalano emozioni uniche già in fotografia.

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Le lunghe dormite del ghiro

Il bosco è da sempre un luogo magico, incantato e alquanto misterioso. Gli alberi che lasciano filtrare solo pochi raggi di sole donando scorci da quadro, il sommesso canto degli uccelli, un picchio che tamburella il legno in lontananza, la sinfonia del vento tra le fronde degli alberi.
Quando camminiamo in un sentiero immerso nel bosco capita spesso di fermarsi e ascoltare la melodia della natura. Quello che percepiamo è la pace e il silenzio che regna in un posto così incantato, una calma che ristora l’anima.
In verità possiamo solo lontanamente immaginare da quanti animali siamo circondati! Probabilmente la maggior parte di loro hanno captato la nostra presenza da molto lontano, mentre noi, in ascolto, sentiamo solo una leggera brezza e lontani cinguetti .
Così, ogni volte che scorgiamo un piccolo scoiattolo sopra un albero, un capriolo o un camoscio siamo emozionatissimi e torniamo a casa più che soddisfatti, col sentore di essere stati baciati dalla fortuna. C’è da dire però che molti animali che abitano il bosco hanno per di più abitudini crepuscolari e notturne.
Ed oggi vi voglio parlare proprio di uno di questi: il ghiro.

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Questo piccolo roditore da lontano può venire erroneamente scambiato per uno scoiattolo. Tuttavia, ad uno sguardo più attento, lo si riconosce subito: manto grigio sul dorso, bianco sul ventre; una lunga e folta coda più scura del resto del corpo ed usata come bilanciere; due anelli neri intorno agli occhi, lunghe vibrisse sul piccolo musetto e orecchie piccole e tondeggianti.
Il ghiro è l’animale protagonista del detto “dormire come un ghiro”. Naturalmente potete facilmente dedurre da dove provenga il modo di dire. Nasce infatti dal lungo letargo che questo roditore si concede durante i mesi invernali. Quanto dura? Beh, dai 7 ai 9 mesi, ed è un sonno ininterrotto! Eh si, perché accumula grasso durante i mesi estivi e primaverili senza doversi quindi cibare durante il lungo sonno, che può essere considerato più un’ibernazione. Durante questi mesi il ghiro perde addirittura il 98% del calore del corpo e preme il pulsante del rallenty per il proprio metabolismo.
Per tale motivo durante l’inverno sceglie tane sotto le radici degli alberi, o in ceppaie o ancora in piccole fessure rocciose, che ricopre di fogliame per garantirsi un migliore isolamento termico, mentre nei mesi estivi e quindi in piena attività, passa le giornate in cavità dei tronchi, talvolta rubando i nidi ai picchi, che ci hanno messo tanto impegno a costruire.

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Tra i roditori è uno dei più longevi e la sua aspettativa di vita può arrivare anche a 9-10 anni. Anche per questo, se un anno c’è scarsità di cibo, il ghiro non si riproduce. Se il cibo è abbondante, invece, le femmine partoriscono verso la fine dell’estate, tra agosto e settembre. Talvolta si formano piccoli gruppi di 2-3 femmine imparentate tra loro che si aiutano a vicenda nella veglia ai nuovi nati.
In Europa e in tutto l’arco alpino sono molto presenti, abitando boschi fino ad altitudini di 1500, talvolta 2000 metri. La prossima volta che vi trovate in un bosco, quindi, fate molta attenzione, non si sa mai che ne vediate uno a godersi un sonnellino, rintanato al sicuro nella sua piccola tana!

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Quei curiosi suricati, vedette del deserto

Il sogno di ogni fotografo naturalista è immortalare gli animali nel loro habitat, imprimendo in ogni scatto l’emozione che si prova a stare a stretto contatto con la natura selvaggia. Molte volte capita di dover attendere ore per avvistare il soggetto, altre volte lo si trova quasi per fortuito caso. Il fotografo Bruno D’Amicis, per esempio, nel scattare foto al fennec, la volpe del deserto, si è accorto che questa sentiva il suono dell’otturatore della macchina fotografica. Un udito infallibile se si pensa che si trovava a qualche centinaio di metri di distanza!
Al contrario, il fotografo Lucas Burrard, è stato letteralmente usato come punto d’appoggio per diversi suricati del Botswana. Vederlo con in testa uno di questi animali non può che far nascere un sorriso.

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Soffermandomi su quella foto, mi è sorta spontanea una domanda: ma quei selvaggi suricati, come potevano non avere la minima paura dell’uomo, tanto da utilizzarlo come la loro torre di vedetta personale?
Dopo essermi documentata, ho trovato alcune informazioni interessanti e curiose; perché, in effetti, c’è qualcosa da dire in proposito.
La chiave di tutto sono i molti scienziati che dedicano la loro vita allo studio delle abitudini e dei comportamenti di questi animali. I suricati vivono in colonie formate in media da una quindicina di esemplari, che difendono dai loro simili il loro territorio (anche di 1 km2) con i denti e con le unghie. Tuttavia, noi grandi e grossi umani non siamo un problema per loro e non rappresentiamo una minaccia. Sono quindi più tolleranti nei nostri confronti. Il fatto però che addirittura ci usino da torretta è una conseguenza di un adattamento all’uomo in un certo senso “forzato”, frutto di parecchi mesi di lavoro degli scienziati. Questi ultimi, infatti, pongono a distanze sempre minori dalla tana dei fantocci dall’aspetto umano fino ad arrivare, nel corso anche di 6 mesi, a pochi passi dalla tana; in questo modo è possibile studiarli più a fondo.
Le colonie quindi così intraprendenti sono solitamente quelle visitate spesso dagli uomini, per fini scientifici o talvolta, turistici. Se quindi potete passeggiare tranquillamente tra queste simpatiche manguste senza che vi degnino quasi di uno sguardo beh, ringraziate la scienza!

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I suricati sono animali diurni che vivono nelle pianure e nelle aree desertiche del Sud Africa, in Namibia e in Botswana. Abitano addirittura il magnifico deserto del Kalahari sopportando temperature e climi roventi, tipici di quell’area.
La caratteristica che li rende forse più conosciuti è la loro abitudine a stare di vedetta a turno. Mentre la maggior parte del gruppo scava nel terreno per trovare il proprio spuntino giornaliero, uno o più esemplari scrutano il cielo e l’orizzonte, alla ricerca di possibili predatori, pronti a scattare e a dare l’allarme in caso di pericolo. Che altruisti, voi penserete! In effetti, un po’ dobbiamo ammetterlo, è così. Ma è un’abitudine che giova a tutti. C’è da dire anche che le vedette sono solitamente i compagni con la pancia più piena e i primi a scappare nei loro infiniti tunnel sotterranei. Se poi vedono un possibile “banchetto” mentre sono di guardia, non si fanno problemi ad abbandonare la vedetta per accaparrarsi il delizioso spuntino.
Ricordiamoci che ogni giorno, per gli animali, è un giorno in cui bisogna sopravvivere!

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La loro succulenta dieta è composta da qualsiasi malcapitato e piccolo animale che si trovi nelle vicinanze, dagli insetti ai coleotteri, dai serpenti agli scorpioni. Questi ultimi, seppur velenosi, devono rimanere ben nascosti al di sotto del terreno per tutto il giorno e uscire solo di notte. Tuttavia, i suricati riescono a scovarli scavando buche nel terreno. Gli esemplari più anziani e più esperti scavano solitamente buche profonde anche una trentina di centimetri, certi di essere ben ricompensati. Quelli più giovani, invece, non si arrischiano e scavano buche più superficiali, accontentandosi di prede minori.

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A capo della colonia c’è la femmina dominante che, oltre ad essere la prima ad uscire dalla tana al mattino e cominciare la caccia, non si fa molti scrupoli a rubare il cibo ad altre compagne, solitamente quando è gravida. Non è comunque la sola a partorire. I cuccioli pesano alla nascita solo 30 g e vengono accuditi giornalmente da una baby-sitter, che veglia su di loro durante i turni di caccia degli adulti. Riesce addirittura a produrre latte per nutrirli!
Insomma, sono davvero molte le curiosità legate a questi piccoli animali, ma per ora non mi dilungo ulteriormente e lascio che vi godiate le foto!

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L’incredibile potenza del picchio

Provate a guardare un video di un astronauta durante il decollo o un pilota di caccia. Vi renderete subito conto che entrambi sentiranno in determinati momenti una forte accelerazione. Ma anche noi, senza arruolarci nell’aeronautica, possiamo sperimentare una forte accelerazione, seppur non a quei livelli, per esempio sperimentando le adrenaliniche discese sulle montagne russe.
L’accelerazione dovuta alla gravità si chiama forza g. Una persona normale riesce a sopportare circa 5 g, mentre un pilota di caccia, aiutato anche da speciali tute anti-g, arriva a sopportare anche 9 g. Ora, essendoci fatti più o meno un’idea sulla forza che esercita sul nostro corpo l’accelerazione di gravità, provate a pensare a 1000 g.
È questa la decelerazione che subisce un picchio quando il suo becco impatta con il tronco di un albero.  Se poi pensiamo che il picchio rosso maggiore ha una media di 10 beccate al secondo, mentre il picchio verde raggiunge addirittura le 15-20 beccate al secondo, incominciamo a renderci conto della sensazionalità di questi piccoli animali. Dalle 8000 alle 12000 beccate al giorno! Ma come fanno quindi a non mostrare alcun segno di trauma cranico? La risposta è racchiusa in una sola parola: evoluzione. Grazie ai continui adattamenti, acquisiti di generazione in generazione, per il picchio non è più un problema picchiare la sua testa e il suo becco contro un possente tronco.
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Questo grazie ad un mix di diversi accorgimenti anatomici e fisiologici. Innanzitutto il cranio, a struttura porosa, ed il becco, sono separati da un tessuto spugnoso che funge da ammortizzatore. In questo modo il cervello è protetto; inoltre, l’osso ioide dei picchi è molto sviluppato e ad esso è ancorata la lingua, che è lunga quanto due terzi dell’intero corpo dell’animale! Al contrario nostro, per il picchio è quindi un complimento sentirsi dire che ha la lingua lunga, essenziale per raggiungere le larve rintanate nelle cavità dei tronchi.
Il becco ha poi lunghezze diverse tra la parte superiore e quella inferiore e presenta particolari asimmetrie che gli permettono di assorbire gli urti e fare in modo che questi non creino ripercussioni sul cervello.

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Insomma, il picchio ha davvero degli assi nella manica per evitare continui traumi cranici; per i più intraprendenti, su Plos One è possibile approfondire il tema. Se invece volete immortalare in qualche foto questo curioso animale, vi consiglio un sentiero a pochi passi da Pinerolo, in Piemonte, famoso per essere il regno del picchio rosso maggiore e minore e del picchio verde e di cui ho scritto un post alcuni mesi fa.

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Il lupo e il ripopolamento delle Alpi

Negli ultimi mesi gli avvistamenti di lupi nell’arco alpino piemontese sono stati davvero moltissimi. Sauze, Sestriere, Pragelato, addirittura Stupinigi: i lupi sono scesi a valle fino agli agglomerati urbani in cerca di cibo, spinti dalle numerose nevicate che hanno reso difficile la loro sopravvivenza a quote più alte.
Tuttavia, sebbene gli avvistamenti siano stati molti, i lupi hanno sempre abitato le Alpi occidentali e il loro monitoraggio è cominciato già più di 20 anni fa. Certo è, comunque, che la popolazione dei lupi sta crescendo molto in fretta.
Negli anni ’70, gli ultimi lupi sopravvissuti all’estinzione erano solamente un centinaio e situati tutti nell’Appenino centro – meridionale; con il passare degli anni, questi animali si sono spostati pian piano verso nord, dapprima lungo l’Appennino settentrionale fino ad oggi, in cui sono circa 32 i branchi censiti tra il territorio italiano e quello francese.
I fattori sono molti, a cominciare dallo spopolamento dei piccoli paesini di alta montagna e delle campagne, che negli ultimi anni è sempre più evidente. A conseguenza di questo si è registrato un aumento delle aree boschive e degli ungulati, che rappresentano le prede preferite dei lupi. Questi animali sono poi estremamente adattabili e anche questo li ha aiutati a sopravvivere e a ripopolare le Alpi. In ultima analisi non bisogna dimenticare l’intervento di salvaguardia della specie, introdotto sia a livello nazionale che europeo e l’aumento della sensibilizzazione da parte dell’opinione pubblica.

Lupo Grigio

Ogni branco è composto da circa 5 – 7 individui, guidati da una coppia alfa, l’unica che si riproduce. La femmina alfa, infatti, scoraggia ogni tentativo delle altre femmine di riprodursi, spinta dall’istinto di sopravvivenza. In questo modo il branco deve provvedere alla crescita di una sola cucciolata, nutrendo la femmina mentre questa accudisce i piccoli. Quest’ultimi, all’età di 2 – 3 mesi, imparano le tecniche di caccia grazie alle prede, ancora vive ma stordite, che gli altri componenti del branco portano loro. All’età di 6 mesi hanno già l’aspetto di un adulto.
Ai nuovi arrivati, una volta raggiunta la maturità, si prospetta una scelta difficile; due strade si diramano davanti a loro: la prima è quella di restare all’interno del proprio branco, come sottoposti, con la speranza di diventare un giorno gli individui alfa; la seconda è quella di abbandonare il branco e tentare di costruirne uno proprio. Si dice in questo caso che il lupo va “in dispersione”. Una scelta non proprio facile, dal momento che ogni branco copre un territorio che si estende dai 150 ai 400 km2 ! Certo, il lupo compie grandi spostamenti e anche questo suo fattore ha contribuito alla sua ripopolazione. Pensate solo che, in 24 ore, è capace di percorrere in media 50 chilometri! Anche per questo motivo è estremamente difficile avvistarlo, a meno che, come è successo negli ultimi mesi, non sia lui a volerlo. Inoltre, poiché il lupo è un animale sociale, si comprende come la scelta di formarne un branco proprio sia davvero difficile.

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Nel territorio alpino piemontese sono state individuate le aree maggiormente battute dai lupi e la presenza di circa 5 branchi tra la Val di Susa, il Gran Bosco di Salbertrand, nelle valli Chisone, Germanasca e di Lanzo. Insomma, i lupi che abitano le Alpi sono sempre più numerosi e un nuovo equilibrio si sta lentamente ristabilendo.

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Quattro animali con un destino comune

La pernice bianca. La lepre variabile. Il fischione. La folaga. Sono queste le quattro specie escluse dalla prossima stagione di caccia in Piemonte, che avrà inizio da ottobre 2015. Notizia che viene accolta con entusiasmo tra gli animalisti, che per molto tempo hanno combattuto contro l’attività venatoria a danno di queste specie.
Ma cogliamo l’occasione e conosciamoli più a fondo.

La pernice bianca. Forse l’avrete già sentita nominare o sicuramente l’avrete vista ritratta nella neve in molte foto scattate nell’arco alpino. La si riconosce perché, nella stagione invernale, ha il piumaggio quasi completamente bianco, ad eccezione dell’estremità della coda che invece è nera. Questo uccello vive nelle zone rocciose e ad altitudini abbastanza elevate; pensate che la si può trovare anche al di sopra dei 2000 metri, fino addirittura ai 2800. Nidifica a terra in piccole buche a ridosso di pietre o arbusti ed è molto difficile da osservare grazie al suo perfetto mimetismo; quando si scioglie la neve, infatti, il suo piumaggio cambia colore, passando dal bianco candido al marrone-nero-grigio nei maschi e al rosso-bruno nelle femmine, in modo da non essere scovati tra la vegetazione.

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Chiamata lepre bianca o lepre variabile, questo mammifero presenta due livree diverse, a seconda della stagione, un po’ quindi come la pernice bianca. Il cambiamento della livrea è determinato dalla regolazione della temperatura e dalle ore di luce giornaliere. Tra la neve è perfettamente mimetizzata grazie al suo mantello bianco, ad eccezion fatta però della punta delle orecchie, che rimane di colore nero. Inoltre, le zampe sono ricoperte di pelo, per una protezione migliore dal freddo e le unghie fungono da ottimi ramponi per non scivolare tra il ghiaccio. Insomma, sappiamo da chi hanno preso ispirazione gli alpinisti!
Tutti questi accorgimenti sono vitali per questo animale, il cui habitat si estende dagli 800 ai 3200 metri di altitudine.

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Il fischione e la folaga. Entrambi sono facilmente avvistabili, in zone paludose, stagni e laghetti. La folaga è inconfondibile per il suo cosiddetto scudo bianco che ha sopra il piccolo becco arancione e per il corpo completamente nero. Ma ciò che più è curioso di questo animale sono le sue zampe palmate, che in autunno si confondono quasi con le foglie cadute sul terreno. E queste sono utili talvolta a difendersi dai predatori: le sbattono infatti sull’acqua per schizzare chi le disturba e le minaccia.
Il fischione è il vicino della folaga e il più delle volte condividono lo stesso habitat. Quest’anatra è tipica per pascolare a terra, anche se, in caso di necessità, spicca voli in stormi disordinati ma molto dinamici.

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La comunicazione dei gibboni della Thailandia

Quando si studiano i primati, ci si aspetta sempre grandi cose da loro. E così è stato per gli studiosi della Durham University, che hanno scoperto e registrato un vero e proprio vocabolario di suoni e vocalizzi utilizzato dai gibboni della Thailandia, anche detti gibboni dalle mani bianche.

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I gibboni dalle mani bianche sono caratteristici per i loro lunghi arti anteriori e l’articolazione dei polsi, che permette loro di avere una grande libertà di movimento. Animali dalle abitudini diurne, non scendono spesso dagli alberi, ma anzi si spostano di ramo in ramo con estrema agilità e velocità, una velocità che può arrivare anche a 56 chilometri orari.
Sono prettamente monogami e la coppia è molto territoriale tanto che, ogni mattina, i due individui si spingono fino ai confini del loro territorio chiamandosi l’un l’altro, dando vita ad un duetto udibile anche a grandi distanze.

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Sono le loro vocalizzazioni, molto varie ma comunque simili a dei singhiozzanti hoo, che li hanno resi così conosciuti e sono queste il fulcro principale dello studio pubblicato dalla BMC.
Grazie agli odierni e sofisticati mezzi tecnologici di acquisizione dei suoni, infatti, gli scienziati sono riusciti a registrare i suoni emessi dai gibboni, anche quelli più sommessi, fino a catalogare ben 450 differenti tonalità.
Questi hoo sono diversificati a seconda delle situazioni e usati da questi primati per comunicare, in un modo fascinosamente elaborato. Si è scoperto, infatti, che i vocalizzi sono differenti a seconda del tipo di predatore, così come lo è la loro frequenza. Ad esempio, i rapaci hanno la capacità di sentire i suoni con frequenze comprese tra 1 e 4 kHz; per tale motivo, i gibboni, quando comunicano tra loro per segnalare la presenza di uno di questi predatori, usano vocalizzi a frequenze minori di 1 kHz. Una scoperta davvero affascinante.
La comunicazione tra i gibboni è quindi molto complessa e per decifrarla serve conoscere un vero e proprio vocabolario, che, se studiato più approfonditamente, può porre le basi per studi futuri sulla nascita e l’evoluzione della comunicazione umana.

Il fennec: la volpe del deserto

Tra le foto vincitrici del Wildlife Photographer of the Year 2014 una ha attirato particolarmente la mia attenzione: si tratta della foto di Bruno D’Amicis, un fotografo italiano che ha ritratto un fennec addomesticato da un ragazzino, in Tunisia.

Il fennec, anche chiamato volpe del deserto, è una piccola volpe, inconfondibile per le sue grandissime orecchie. L’habitat principale di questo canide, come il nome stesso suggerisce, è il deserto. La si può trovare in Nord Africa, dal Marocco all’Egitto, ma anche nel Kuwait in Medio Oriente.
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Come sappiamo tutti, il deserto è un habitat davvero estremo. La regione arabico-sahariana si estende per ben 10 milioni di chilometri quadrati. Gli animali che ci vivono hanno dovuto di conseguenza sviluppare comportamenti, abitudini e tratti fisiologici caratteristici per sopravvivere.
Le grandi orecchie del fennec, la cui superficie è circa pari al 15-20% della superficie totale corporea, ne sono un chiaro esempio.  Servono per dissipare il calore durante il giorno, oltre che per scovare le prede che si nascondono sotto le dune di sabbia. Un po’ come le loro lontane parenti, le volpi rosse, hanno una tecnica di caccia che permette loro di saltare in alto, per poi prendere alla sprovvista la preda. I loro balzi superano il mezzo metro. Considerando le loro dimensioni (circa 40 cm in lunghezza e 20 in altezza) sono salti considerevoli!
La dissipazione del calore per gli animali che vivono nel deserto è di vitale importanza. I fennec sopportano temperature fino a 32°C. Tuttavia durante le ore diurne le temperature possono raggiungere picchi di oltre 40°C.
Le volpi del deserto preferiscono quindi la vita notturna/crepuscolare, mentre durante il giorno si riparano in tane sotterranee o a ridosso di dune di sabbia.
Fennec (Vulpes zerda)

Perché poi sono tanto piccole e, ammettiamolo, suscitano tenerezza? Beh, anche questo è dettato da un adattamento evoluzionistico: maggiore è il rapporto superficie corporea/volume, maggiore è la dissipazione del calore. Questo può essere uno svantaggio per la sopravvivenza durante le ore notturne, in cui le temperature calano drasticamente. Ecco quindi entrare in gioco la folta pelliccia dei fennec, che, sebbene non attragga calore durante il giorno grazie al suo colore chiaro, tiene al caldo le volpi durante la notte, mantenendo una temperatura costante.
Un’ulteriore curiosità riguardante i fennec è che ricavano i liquidi necessari dalla loro dieta, senza bisogno di acqua da bere. Essendo onnivori, si adattano molto bene all’ambiente e si nutrono di piante, ma anche di insetti, roditori e uccelli.

Queste piccole volpi sono protette legalmente in Marocco, Algeria, Tunisia ed Egitto. Sono animali molto schivi e si mantengono a debita distanza dai villaggi, tuttavia vengono spesso cacciate illegalmente per la loro pelliccia o addirittura addomesticate per farle diventare animali da compagnia. Sappiamo che in cattività raggiungono anche i 14 anni di vita, ma ancora poco si sa delle loro abitudini selvagge, ancora da approfondire accuratamente.

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Il gatto dorato africano: uno dei felini più elusivi del mondo immortalato in Uganda

Il gatto dorato africano. Non c’è che dire, come nome è affascinante e misterioso. Quel velo di ignoto, che incuriosisce appena se ne sente parlare. Un felino dunque, di cui ancora si sa poco, dal momento che è uno dei più elusivi al mondo. Di lui sappiamo che è un ottimo arrampicatore, ma che preferisce cacciare al suolo. Vive nelle foreste dell’Africa occidentale e centrale e solo pochi giorni fa, in Uganda, è stato avvistato e “video-catturato” mentre cacciava delle scimmie. Il tutto grazie a delle fototrappole piazzate nel Parco Nazionale di Kibale da dei ricercatori del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology e dall’associazione Panthera, che dal 2006 combatte per la salvaguardia dei felini rimasti allo stato selvaggio.

 

Il gatto dorato africano è, in questa foresta, all’apice della catena alimentare ed è il predatore numero uno del parco dopo la scomparsa del leopardo.

Un secondo video è stato inoltre registrato da Yasuko Tashiro, del Primate Research Institute della Kyoto University, che ha immortalato il felino mentre si godeva un beato riposino tra le fronde di un albero, stavolta nella riserva forestale di Kalinzu, a un centinaio di chilometri di distanza dal parco di Kalibe. Durante il suo pisolino, una scimmia ha cominciato a disturbarlo, finché il gatto dorato è stato costretto a scendere dall’albero.

 

Il filmato pubblicato da Panthera è in assoluto il primo al mondo che ritrae le abitudini di caccia del gatto dorato africano. La scoperta ha un’importanza chiave per i futuri studi sul comportamento del gatto dorato africano.
Le prime foto che certificavano l’esistenza di questo animale sono relativamente recenti e datate 2002. Da queste si era potuto verificare l’esistenza di due tonalità diverse di mantello: una tendente al bruno-rossiccio, l’altra grigia con chiazze scure sul ventre. Il gatto dorato africano arriva a pesare non più di 15-16 kg e la sua dieta è composta principalmente da primati, ungulati e roditori. Questo felino ha abitudini crepuscolari e notturne, sebbene le sue prede possano avere abitudini anche molto diverse tra loro.
Ad oggi il gatto dorato africano risulta essere a rischio moderato di estinzione, a causa della deforestazione e dell’habitat sempre più ristretto in cui è costretto a sopravvivere. Solo il 16% delle aree forestali dell’Africa centro occidentali sono infatti dedicate alla conservazione naturalistica, mentre il 29% è invece sito di estrazione. Ma una scoperta del genere potrebbe far crescere la speranza di salvaguardia della specie, così come di uno studio più approfondito di questo elusivo felino.