Il Forte di Bramafam: la sentinella tra le montagne di Bardonecchia

È raro, ma capita alcune volte di parlare con dei perfetti sconosciuti, scambiare anche solo due parole e sentirsi più forti nei confronti delle sfide della vita.
Lo so, sembra una frase molto altisonante, ma è quello che ho provato qualche giorno fa, quando Fabio ed io siamo andati ad esplorare il forte di Bramafam, nei pressi di Bardonecchia.

Il Forte di Bramafam a Bardonecchia

Ma cominciamo dall’inizio di questa storia.
Tutto è iniziato con una passeggiatina tra i boschi, come al nostro solito. Siamo partiti in tarda mattinata da Torino, per cercare un po’ di frescura in quest’estate afosa. Arrivati a Bardonecchia, la montagna ci ha accolto con 30°C! Forse eravamo stati troppo ottimisti!
In programma una piccola passeggiata fino al forte di Bramafam, il poderoso guardiano della Conca di Bardonecchia.
Per anni Fabio ha sognato di visitarlo, essendo molto appassionato di storia militare. Ogni volta che arrivavamo a Bardonecchia in auto da Torino, lo vedeva stagliarsi alla sinistra dell’A32, con il tricolore sventolare nel suo cortile. Finalmente nel mese di giugno di quest’anno, abbiamo deciso che era ora di vederlo da vicino e così siamo partiti all’esplorazione.

Il sentiero che parte da Bardonecchia ed arriva al Forte di Bramafam
Il sentiero verso il Forte di Bramafam

Lasciata la macchina nel parcheggio del Campo Smith, ci siamo diretti verso il sentiero che punta verso la Fontana Giolitti, vicino all’area camper. Tempo fa si poteva accedere anche tramite un vecchio ponte che attraversava il fiume, ma oramai è stato rimosso perché poco sicuro, quindi la strada da fare se si parte dal centro è un po’ più lunga. Dopo aver superato la fontana, parte parte un sentiero abbastanza ripido. Non disperate, non dura tantissimo. Massimo un’ora di cammino e sarete al forte.
La prima mezz’ora di salita si svolge in un bel boschetto che si dirada sempre più mano a mano che si avanza. Ad un certo punto incontrerete la Cappella di Sant’Anna, graziosa chiesetta seicentesca restaurata da poco tempo. Lasciata alle spalle la chiesetta, inizia la parte di sentiero più panoramica e il Forte inizia a farsi sempre più vicino.
Ma se il caldo vi attanaglia, se avete preso una storta alla caviglia giusto il giorno prima, insomma, se proprio quell’oretta di cammino nei boschi non fa per voi, la strada sterrata è percorribile anche in auto, fino ad un piccolissimo parcheggio nei pressi della Cappella di Sant’Anna. Ebbene, era giusto dirlo per amor del vero, ma fidatevi, forse arrivate prima a piedi e senza esser sballottati tra una buca e l’altra!

Un fiore di bosco
Un museo immerso nella natura

Arrivati al Forte, Fabio ed io incontriamo i gestori di questo museo immerso nella natura. Ci raccontano la loro storia e la fatica di realizzare questo progetto, pieni di orgoglio e soddisfazione. Ed ecco che, mentre parlano, riesco a vedere quasi brillare i loro occhi, sento la forza di volontà che li ha portati a superare le mille difficoltà. Insomma, sento la forza di chi ha creduto nei propri sogni e li ha visti realizzati nel corso della vita.
Scambiare quattro chiacchiere ci ha fatto molto piacere, ci hanno riempito di informazioni sul luogo e sulle valli circostanti.

Il Forte di Bramafam visto dall'alto
La storia del Bramafam in pillole, a cura di Fabio

Dopo l’inaugurazione del Traforo ferroviario del Frejus nel 1871, l’Italia si rende conto che quel collegamento così propizio per i commerci in tempo di pace, può divenire estremamente pericoloso in caso di guerra con la Francia. Per questo motivo tra il 1874 e il 1889 viene costruita l’opera fortificata che assume in un primo momento la forma di semplici batterie di artiglieria in barbetta e successivamente di un forte all’avanguardia in calcestruzzo, dotato di artiglierie in cupola. Durante la prima guerra mondiale viene usato come campo di prigionia per i prigionieri austriaci e uno di loro realizza un quadro davvero molto bello del forte, che potrete osservare nel museo.

Cannone del Forte di Bramafam

La Seconda Guerra Mondiale segna una svolta nella vita del Forte. Per la prima volta nella sua storia viene coinvolto in azioni militari, anche se di secondo piano. Nel 1940 viene bombardato dai francesi, a seguito della dichiarazione di guerra italiana e nel 1943 viene occupato dall’esercito tedesco dopo l’armistizio dell’8 settembre. Dopo la guerra il fronte viene abbandonato a sé stesso e nei decenni successivi, i segni del tempo iniziano a logorarlo. Fino a che l’Associazione per gli Studi di Storia e Architettura militare di Torino (ASSAM) dà vita al progetto del suo restauro. Le operazioni di recupero e riqualificazioni sono iniziate nel 1995 e dopo 20 anni di duro lavoro sono vicine al completamento. Visitare il forte può essere di grande aiuto agli sforzi dell’associazione, oltre che a regalarvi una bellissima giornata tra la storia e la natura. Per maggiori informazioni su orari e biglietti, o anche per una visita virtuale, vi consiglio di andare sul loro sito.

 

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Una giornata avventurosa tra le gorge di Claviere

Guardate questa foto qui sotto e ponete a voi stessi questa domanda: sono pronto a percorrere il ponte tibetano più lungo del mondo?

Ponte tibetano di Claviere

 

Se la risposta è si, basta che vi rechiate a Claviere armati di tanto coraggio e voglia di avventura. Si, il ponte tibetano più lungo del mondo, quasi 500 metri, si trova a Claviere, al confine tra Piemonte e Francia! L’attrezzatura completa per attraversarlo la si può noleggiare ed il tutto costa circa una decina di euro! L’esperienza è da brivido.

Se invece la risposta è “fammici pensare ancora qualche minuto…non sembra così rassicurante da questa prospettiva” non vi preoccupate, ho una proposta alternativa. Le gorge di San Gervasio, infatti, si possono ammirare anche con i piedi per terra. Il sentiero si snoda attraverso questa gola e il percorso è uguale a quello del ponte tibetano, solo a 100 metri in meno d’altezza.

La natura lunga il ruscello e ricca e verde

 

Una gita estiva ideale per famiglie con bambini

Ideale per le famiglie con bambini, dura circa 40 minuti, in cui si attraversano piccole passerelle di legno sopra il torrente. E poi, quanto è fresco! Eh si, io sono una di quelle persone che passeranno l’estate in città a lavorare e in queste settimane a Torino si sono superati i 30°C! Quindi, se anche voi state facendo la sauna a casa, questa è un’ottima oppotunità.

Fabio che attraversa una passerella di legno sul torrente

 

La ferrata Clarì, pareti di roccia e passerelle sopra il torrente.

Il mio consiglio è di partire da Cesana. Sulla strada che da Cesana porta a Claviere c’è una piazzola di sosta in cui si può parcheggiare l’auto. Eccola qui sotto in foto. La potrete riconoscere per le tre aste con annesse bandiere.

L'inizio del sentiero e la piazzola di sosta

Il sentiero balcone parte dalla base della Rocca Clarì. Subito dopo averlo imboccato si trovano alcune pareti di roccia in cui gli arrampicatori si esercitano, a due passi dal torrente. I gradi di difficoltà di queste vie d’arrampicata vanno dal 4 in su, quindi per i principianti sono ottimi punti di partenza! Si può anche imboccare la partenza della ferrata Clarì. Insomma, avventura a più non posso!

Le passerelle di legno sul torrente

 

Tra ponticelli di legno e cascata, un sentiero da Signore degli Anelli

È segnalato in ogni suo punto, con ponticelli, passerelle e ringhiere. Una passeggiata molto comoda e sicura. Da un certo punto in avanti si comincia a scorgere anche la piccola casetta in legno, base di partenza per il ponte. Dopodichè, il ponte tibetano è possibile ammirarlo per tutta la durata del percorso.

Vista del ponte tibetano e del sentiero al di sotto di esso Il ponte tibetano e la sua ombra sulla roccia

Gli ultimi tornanti svelano una cascata molto potente. Di fianco ad essa, delle scale per arrivare fino alla sua sommità. Ecco, se qualcuno di voi è appassionato del Signore degli Anelli, come lo sono io, noterà una leggera somiglianza con le scale che Frodo e Sam, con Smeagol, hanno dovuto percorrere per arrivare in cima alla montagna nel secondo film. Naturalmente ho detto leggera somiglianza, non aspettatevi di sentirvi immersi nelle fiamme di Mordor, tantopiù in una giornata d’estate. Ne possono venire tuttavia foto divertenti. Occhio solo a non rimanere troppo tempo vicino alla cascata, può succedere che la forza dell’acqua sposti dei sassi che possono far male.

La cascata alla fine del sentiero

Il sentiero è quasi finito. Sale per qualche minuto ancora ed ogni tanto ci sono delle terrazze panoramiche sulle gorge, fino a che si arriva in uno spiazzo erboso con due tavoli da pic-nic.

Vista del ponte tibetano dall'alto

Siamo quindi arrivati a Claviere. Qui Fabio ed io abbiamo fatto una sosta relax in cui mi sono divertita a fotografare i mille fiori colorati che contornavano il paesaggio.

Vista da Claviere sulla valle verso Cesana

 

Ricapitolando il sentiero è molto breve ma anche molto suggestivo, adatto soprattutto alle famiglie con i bambini, per nulla faticoso se non nell’ultimo tratto di salita dopo la cascata (ma dura pochi minuti).

Consigliatissimo! A volte le cose più belle ce le abbiamo vicino casa senza neanche saperlo!

Mamma orsa passeggia al limite del bosco con i suoi 3 cuccioli

L’orso bruno: abitante delle Alpi e degli Appennini italiani

Oggi sono qui a parlarvi di un animale che molti temono, ma pochi conoscono: l’orso bruno.

Forse vi ricorderete la brutta storia dell’orsa Daniza, che aveva sollevato proteste dal mondo animalista.
L’orsa aveva ferito un cacciatore di funghi, probabilmente per proteggere i suoi due cuccioli appena nati. Era stata sedata, ma il sovradosaggio le era stato letale. I due cuccioli erano andati incontro al loro destino, senza una mamma ad accudirli e dovendo affrontare il mondo soli e con le proprie forze. Ebbene, ad oggi sappiamo che i due piccoletti sono sopravvissuti e si sono svegliati dal letargo. Quando si dice la forza della sopravvivenza!

Mamma orsa passeggia al limite del bosco con i suoi 3 cuccioli

Il goloso orso Yoghi o il feroce grizzly?
Quando sentiamo parlare di orsi si sa, siamo sempre un po’ intimoriti. D’altronde sono animali dalle dimensioni davvero notevoli, con quei grossi artigli e quella dentatura ben poco rassicuranti. Insomma, non è proprio come trovarsi di fronte al simpatico orso Yoghi e al suo tenero amico Bubu.
Tanto per dare un’idea della loro stazza, pensate che il peso medio di un maschio di orso bruno europeo è di 130 kg, mentre una femmina pesa all’incirca 90 kg. Il cucciolo al primo anno di età, benché abbia quei teneri occhioni (se visti da debita distanza), pesa dai 25 ai 50 kg! I cuccioli di Daniza pesavano 30 kg a 6 mesi dalla nascita. Sono caratteristiche di non poco conto, direte. E io sono d’accordo con voi.

Mamma orsa gioca con il suo cucciolo in mezzo ad un prato al limitare della foresta

Un olfatto sopraffino per fiutarci da lontano
Attenzione però a non diventare troppo antropocentrici e pensare che, al solo vederci, il suo primo istinto sarà di attaccare l’uomo. Anche perché la sua vista non è sviluppata quanto il suo olfatto e il suo udito. Gli orsi riescono a fiutarci anche a chilometri di distanza. Se li vediamo, quindi, è probabile che loro sappiano della nostra presenza già da parecchi minuti. Siamo spacciati vi chiederete? Direi di no.
In effetti gli orsi ci evitano quanto più possibile, anzi, non ci vorrebbero proprio incontrare! Devono però coprire grandi distanze, soprattutto i maschi nella stagione degli amori alla ricerca di una femmina. Per questo motivo è molto probabile che i nostri sentieri si incrocino, essendo l’orso costretto ad attraversare territori popolati dall’uomo.

Ma quali sono le specie di orsi che vivono in Italia?
In Italia vivono l’orso bruno europeo e l’orso bruno marsicano. Il primo vive nella parte settentrionale del nostro stivale, principalmente in Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Veneto; il secondo popola invece il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.
Si dice che il marsicano sia la specie più tranquilla; un pacifista direi. Rispetto al suo cugino che vive più a settentrione poi, ha il muso un po’ più schiacciato ed è leggermente più piccolo. Dico leggermente perché considerare piccoli 150 kg è un po’ un azzardo… Questione di punti di vista!

Due orsi in lontananza in mezzo ad un prato ai piedi di una maestosa montagna innevata

Gli orsi bruni e le Alpi italiane
Come la maggior parte delle specie animali a rischio, la principale causa che ha messo a repentaglio la sopravvivenza di questo enorme animale è l’uomo. L’orso bruno è stato infatti negli anni vittima di bracconaggio. Una volta popolava anche le zone centro occidentali dell’Italia, ma nella prima metà del ‘900 la popolazione di orsi si ridusse notevolmente. Alla fine degli anni ’90 rimanevano sulle Alpi italiane appena 4 individui!

È nato così il progetto Life Ursus, che ha previsto il ripopolamento delle Alpi italiane da parte di questo gigante predatore. Il piano, all’apparenza semplice, ha previsto l’introduzione di una decina di esemplari provenienti dalla Slovenia in territorio italiano. Eh si, perché la Slovenia pullula letteralmente di orsi, arriva a contarne addirittura 500! Ad oggi, si stimano più di 35 orsi nel solo Trentino. È per questo che ne sentiamo sempre di più parlare.

Le abitudini degli orsi bruni
Gli orsi sono animali dalle abitudini prettamente notturne, sebbene si pensi che ciò sia dovuto all’uomo e alla sua attività diurna. Sono onnivori e la loro dieta è costituita prettamente da vegetali.
Durante l’inverno cadono in letargo. Non è però un sonno pesante il loro e all’occorrenza si svegliano per riempirsi un po’ la pancia, magari nelle belle giornate di sole. Per prepararsi all’inverno aumentano la loro massa corporea accumulando grasso e intanto si costruiscono la tana che li ospiterà durante la stagione fredda. Di solito è una grotta, come impariamo da tutti i cartoni animati Disney, altre volte un tronco cavo o un crepaccio. È un animale molto pulito e dentro il suo giaciglio non accumula escrementi ma si costruisce un letto di foglie e vegetali che lo isolino dalle fredde temperature e dall’umidità del terreno.
Questa tana che si costruiscono, spesso per i più anziani diventa anche la loro tomba. Molti esemplari, infatti, non si risvegliano più dal loro eterno letargo.

C’è tanto da scoprire sulla vita di ogni animale e ogni volta che parlo di uno si loro rimango sempre più affascinata da come i comportamenti e gli istinti siano frutto di un percorso generazionale. Il loro essere in equilibrio con l’ambiente che li circonda non è scontato ed è frutto di generazioni e generazioni e noi dobbiamo esserne consapevoli e fare di tutto affinché questo equilibrio si conservi.

Il primo piano di un orso bruno che volge lo sguardo al cielo
Una veduta panoramica del castello di Neuschwanstein

Il castello che ha ispirato la Disney e il suo bosco incantato

Questa storia non inizia come tutte le altre, a cominciare dal narratore. Non è Cristina che vi parla, ma io, Fabio. Mi sono appropriato del computer per rendervi partecipi di un’avventura indimenticabile che abbiamo vissuto la scorsa estate, durante il nostro viaggio itinerante che da Torino ci ha portato in Trentino, fino ad arrivare in Austria e in Germania. Il castello che ha ispirato la Disney Una delle tappe immancabili era il castello di Neuschwanstein. Lo so, il nome è impronunciabile se non dopo un buon allenamento. Anzi, anche dopo quello riesce ancora difficile ripeterlo a voce alta. Il magnifico castello si trova in Baviera, nella Germania meridionale. Quasi tutti lo conoscono o lo hanno visto in fotografia. Il maniero fiabesco è infatti stato preso a modello dalla Disney per disegnare il celebre logo che apre ogni suo film o cartone animato. Una veduta panoramica del castello di Neuschwanstein Fu edificato tra il 1869 al 1884 su volere di Ludovico II di Baviera, un re che ricordiamo per la sua incredibile eccentricità e fantasia e a cui andrebbe dedicato un post a parte. Ciò che però è meno conosciuto, è il bosco che circonda il castello con il suo incantevole ruscello e i suoi sentieri che si inerpicano per le colline. Come arrivare al castello di Neuschwanstein Per vivere appieno la poeticità del luogo, consigliamo di parcheggiare l’auto o arrivare in bus nel paesino di Hoenschwangau. A quel punto, dopo aver comprato i biglietti per il castello, si può cominciare la salita a piedi nel sentiero ben segnalato che parte dal centro del Paese. Per i più pigri va bene anche la comoda navetta. P1220756 Disclaimer: Dal momento che il luogo è affollatissimo di turisti, se si decide di visitarlo nel periodo estivo, conviene prenotare i biglietti con grande anticipo cliccando questo link. Ma torniamo ad immergerci nel nostro tour. Dopo aver iniziato la salita verso il castello, tirate fuori la macchina fotografica perché i colori del bosco sono bellissimi e salendo verso Neuschwanstein si aprono degli scorci davvero incredibili. A metà salita, dopo circa mezz’oretta si trova una caratteristica Gasthof (locanda) in cui poter comprare pretzel e hamburger. Non siete obbligati a fermarvi là, dato che dopo pochi tornanti, arrivati alla base del castello si possono trovare altri negozietti che servono piccoli spuntini. P1220819   La natura attorno al castello Ecco, ora visitate per bene il castello e noi vi aspettiamo fuori. Perché come vi abbiamo lasciato intendere all’inizio di questo post, ci piacerebbe parlare più della natura che circonda Neuschwanstein che del castello stesso. Va bene, è il momento di dire tutta la verità. Cristina ed io siamo stati veramente degli sprovveduti e non abbiamo prenotato i biglietti in anticipo, perdendoci così la visita degli interni del castello. Shame on us! Ma non perdiamoci d’animo e continuiamo. il castello di Neuschwanstein domina la valle   Il ponte di Marienbrucke, per assaporare il brivido dell’avventura Dalla base del castello proseguite la vostra passeggiata seguendo i cartelli che portano al Ponte di Marienbrucke e non ve ne pentirete. Fu voluto dal principe ereditario Massimiliano II di Baviera (padre di Ludovico II) che fece costruire una passerella di legno sopra la gola. Successivamente la struttura fu rafforzata con una struttura di metallo. Giunti al castello lo si intravede in lontananza, a dominare la gola di Pollat e la cascata che vi scorre al di sotto. Saliti sul ponte di ferro, godrete di un magnifico panorama da cui fare bellissime foto al castello. Disclaimer 2: se soffrite di vertigini pensateci due volte prima di salire sul ponte e guardare sotto. Traballa un pochino e se si abbassa lo sguardo si rimane, come dire, colpiti dall’altitudine e dallo strapiombo. Per trovare il coraggio pensate che il ponte è regolarmente sottoposto ad accurata e teutonica manutenzione. Il prossimo ciclo di lavori partirà il 3 agosto 2015. P1220737 P1220776 Non mi resta altro che consigliarvi di includere questo bellissimo castello tra le tappe del vostro viaggio! Alla prossima!

Un sentiero panoramico a due passi da Claviere

Oggi sono qui per parlarvi di un sentiero sul confine italo-francese. La partenza è da Claviere, un paese di soli 200 abitanti, ma famoso per due principali motivi. Il primo: ospita il ponte tibetano più lungo del mondo, 468 metri di pura avventura. Il secondo: è situato ai piedi dell’imponente Monte Chaberton, una cima di 3130 metri, facilmente raggiungibile con un buon allenamento.
Ma non voglio scrivere né di uno né dell’altro, ci sarà modo di farlo in seguito, dedicando loro l’attenzione che si meritano. Oggi voglio parlarvi di un sentiero breve, ma molto panoramico, ideale per le giornate in cui si vuole staccare un po’ dalla vita da città; porta a Portiola Bassa, un fiabesco pianoro ombreggiato situato a 2045 metri di altitudine.
Ma è bene partire dall’inizio! Prima di tutto, direi, l’imbocco del sentiero: in prossimità dell’Hotel Miramonti, verso il confine francese, si può trovare un’ottima segnaletica che indica una strada sterrata che costeggia il Rio Secco. Le indicazioni da seguire sono quelle che portano a “La Madonnina” o “Punto Panoramico Alto” o direttamente “Portiola Bassa”.

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Il sentiero si immerge quasi subito nel bosco ed in questo periodo è un’esplosione di colori primaverili.

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Sebbene il tracciato sia moderatamente ripido, La Madonnina la si raggiunge in appena 10/15 minuti di cammino. Qui si trova appunto una Madonnina incastonata in un altare di pietre che domina dall’alto il paese. A soli 1850 metri e dopo una decina di minuti, ecco quindi il primo punto panoramico. Ci sono alcune panchine per ammirare il panorama, è vero, ma il mio consiglio è di continuare, il meglio deve ancora arrivare! Vicino al piccolo altare si può trovare anche un cippo di confine, con una grande F incisa sulla pietra. A questo proposito c’è da ricordare che Claviere è sempre stata un po’ contesa tra italiani e francesi. Una storia travagliata la sua, prima in suolo italiano, poi divisa a metà in seguito alla Seconda Guerra Mondiale, infine di nuovo riunita in territorio quasi interamente italiano nel 1974.

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Proseguendo il sentiero, sempre ben segnalato, si fa più ripido. Dopo circa 40 minuti si arriva al bivio per il Punto Panoramico Alto e la Portiola Bassa. A questo proposito ci tengo a precisare che nel percorrere io stessa il sentiero ho deciso di saltare la tappa al Punto Panoramico Basso. Scelta personale: non vedevo l’ora di arrivare in alto!
Il Punto Panoramico Alto, dopo il bivio, si raggiunge in pochissimi minuti. È davvero suggestivo, provvisto di panche e  un piccolo tavolino circolare di legno, in cui sono incisi i nomi dei monti che circondano la valle. La vista da questo balcone fa dimenticare gli sforzi della salita. Nelle giornate limpide sono visibili i vari sentieri della valle, il paese di Claviere con annessi abitanti che passeggiano lungo la sola via principale.

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Se però volete staccarvi ancora di più da tutto ciò che riguarda la civilizzazione, proseguite per la Portiola Bassa: 2/3 tornanti dopo l’ultimo bivio con il Punto Panoramico Alto e siete arrivati. Anche qui sono presenti delle panche di legno per farvi riprendere le forze appieno. Il pianoro ha qualcosa di davvero suggestivo, quasi fiabesco.

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Protetti dalla Punta della Portiola, di 2815 metri, da un lato, avvolti in un bosco silenzioso e rilassante dall’altro. Il sole tra le fronde degli alberi cerca di farsi strada e qualche volta ci riesce, illuminando sprazzi di prato puntellato da fiori blu. Insomma, un’atmosfera unica!

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Il sentiero finisce qui. In verità da questo spiazzo inizia un sentiero più impegnativo per raggiungere la Batteria Alta, a 2200 metri. Tuttavia oggi era sconsigliato a causa di terreno franato sul tracciato. Quindi, occhio, siete avvisati!
In poche ore avete quindi avuto la possibilità di inspirare a pieni polmoni aria pura di montagna, affacciarvi ad un balcone su una natura maestosa e assaporare il relax che solo il bosco è capace di regalare. Scesi a valle, quindi, potete godervi il meritato riposo o programmare la prossima avventura!

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La bioluminescenza e i suoi spettacoli naturali

Qualche giorno fa mi è capitato di vedere uno di quei documentari che narrano della vita negli abissi più profondi degli oceani. Uno degli aspetti che mi ha colpito di più è stato la bioluminescenza, ovvero la capacità di alcuni animali di produrre energia luminosa attraverso particolari reazioni chimiche.

L’animale più famoso e che può essere considerato l’emblema di questo affascinante fenomeno è certamente la lucciola, capace di emettere luce già allo stato larvale per intimidire probabili predatori, avvisandoli che no, non sarebbe proprio buona da mangiare e anzi, addirittura tossica. Le lucciole adulte, inoltre, usano la bioluminescenza per cercare il proprio partner: i maschi emettono luce ad intermittenza e a diverse intensità in cerca di una femmina, che risponde al richiamo con un flash.
L’importantissima ricerca di una compagna ad opera del maschio è per i nostri occhi uno spettacolo emozionante. In diverse zone del mondo si assiste a veri e propri sciami di lucciole che risplendono ad intermittenza, fino a sincronizzarsi in un’unica sinfonia che dura circa due settimane ogni anno.

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La stagione degli amori non è prevedibile e cambia annualmente. Gli scienziati non hanno ancora capito il perché, si sa però che cade all’incirca tra la terza settimana di maggio e la terza di giugno. Una tra le più grandi colonie di questi coleotteri è situata in Malaysia, nel villaggio di Kuala Selangor, divenuto noto ai turisti proprio per lo spettacolo che queste lucciole sono in grado di regalare.
Ma come fa la lucciola ad illuminarsi? Ebbene, la reazione chimica coinvolge il substrato organico luciferina, che emette la luce quando ossidato, grazie all’enzima luciferasi. Ma direi di non scendere troppo nei dettagli! Ci basta sapere che la lucciola regola la sua luminescenza regolando il flusso di aria e quindi di ossigeno entrante nelle parti addominali trasparenti posteriori. Un espediente naturale davvero elaborato!

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Non c’è che dire, la natura ci dona sempre atmosfere magiche. Un altro magnifico esempio di bioluminescenza lo si può trovare alle Maldive. Certo, non è proprio dietro l’angolo, ma se mai vi capiterà di viaggiare in una di quelle sognanti isole, in special modo nell’isola di Mudhdhoo, occhi aperti! La spiaggia al calar del sole ha la “capacità” di illuminarsi in una suggestiva scia blu luminosa. Ciò è dovuto al fitoplancton bioluminescente.Red Tide Bio Luminescense-2
L’Università di Harvard ha condotto uno studio accurato per scoprire nel dettaglio il meccanismo per il quale avviene questo fenomeno. Gli studiosi hanno scoperto che le alghe microscopiche contenenti clorofilla, i dinoflagellati, presentano un canale che risponde a segnali elettrici. Gli impulsi elettrici, probabilmente dati dal movimento fluttuante delle onde, permettono a dei protoni di passare all’interno del canale e innescano così delle reazioni chimiche che attivano la proteina colpevole del caratteristico colore blu.
Ma lasciamo agli scienziati gli aspetti più tecnici! Una tra le tante curiosità è che il fitoplancton è presente anche nei laghi, ma la bioluminescenza in questo caso è assente! Solo con l’acqua salata si possono osservare le scie blu. Spiagge luminose si possono immortalare, se siete fortunati, anche in California, sulla costa di Leucadia, sulle coste della Florida o su quelle dell’arcipelago indiano delle Laccadive.
Fenomeni sparsi un po’ per tutto il mondo, insomma, che regalano emozioni uniche già in fotografia.

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Le lunghe dormite del ghiro

Il bosco è da sempre un luogo magico, incantato e alquanto misterioso. Gli alberi che lasciano filtrare solo pochi raggi di sole donando scorci da quadro, il sommesso canto degli uccelli, un picchio che tamburella il legno in lontananza, la sinfonia del vento tra le fronde degli alberi.
Quando camminiamo in un sentiero immerso nel bosco capita spesso di fermarsi e ascoltare la melodia della natura. Quello che percepiamo è la pace e il silenzio che regna in un posto così incantato, una calma che ristora l’anima.
In verità possiamo solo lontanamente immaginare da quanti animali siamo circondati! Probabilmente la maggior parte di loro hanno captato la nostra presenza da molto lontano, mentre noi, in ascolto, sentiamo solo una leggera brezza e lontani cinguetti .
Così, ogni volte che scorgiamo un piccolo scoiattolo sopra un albero, un capriolo o un camoscio siamo emozionatissimi e torniamo a casa più che soddisfatti, col sentore di essere stati baciati dalla fortuna. C’è da dire però che molti animali che abitano il bosco hanno per di più abitudini crepuscolari e notturne.
Ed oggi vi voglio parlare proprio di uno di questi: il ghiro.

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Questo piccolo roditore da lontano può venire erroneamente scambiato per uno scoiattolo. Tuttavia, ad uno sguardo più attento, lo si riconosce subito: manto grigio sul dorso, bianco sul ventre; una lunga e folta coda più scura del resto del corpo ed usata come bilanciere; due anelli neri intorno agli occhi, lunghe vibrisse sul piccolo musetto e orecchie piccole e tondeggianti.
Il ghiro è l’animale protagonista del detto “dormire come un ghiro”. Naturalmente potete facilmente dedurre da dove provenga il modo di dire. Nasce infatti dal lungo letargo che questo roditore si concede durante i mesi invernali. Quanto dura? Beh, dai 7 ai 9 mesi, ed è un sonno ininterrotto! Eh si, perché accumula grasso durante i mesi estivi e primaverili senza doversi quindi cibare durante il lungo sonno, che può essere considerato più un’ibernazione. Durante questi mesi il ghiro perde addirittura il 98% del calore del corpo e preme il pulsante del rallenty per il proprio metabolismo.
Per tale motivo durante l’inverno sceglie tane sotto le radici degli alberi, o in ceppaie o ancora in piccole fessure rocciose, che ricopre di fogliame per garantirsi un migliore isolamento termico, mentre nei mesi estivi e quindi in piena attività, passa le giornate in cavità dei tronchi, talvolta rubando i nidi ai picchi, che ci hanno messo tanto impegno a costruire.

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Tra i roditori è uno dei più longevi e la sua aspettativa di vita può arrivare anche a 9-10 anni. Anche per questo, se un anno c’è scarsità di cibo, il ghiro non si riproduce. Se il cibo è abbondante, invece, le femmine partoriscono verso la fine dell’estate, tra agosto e settembre. Talvolta si formano piccoli gruppi di 2-3 femmine imparentate tra loro che si aiutano a vicenda nella veglia ai nuovi nati.
In Europa e in tutto l’arco alpino sono molto presenti, abitando boschi fino ad altitudini di 1500, talvolta 2000 metri. La prossima volta che vi trovate in un bosco, quindi, fate molta attenzione, non si sa mai che ne vediate uno a godersi un sonnellino, rintanato al sicuro nella sua piccola tana!

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Il Lago Verde, un angolo di paradiso color smeraldo

Siamo in piena primavera, sui rami sono visibili i primi germogli e i prati sono un arcobaleno di colori. Per noi amanti della fotografia poi, è il momento più adatto per ampliare il nostro portfolio.
Ecco allora un’occasione che non potete assolutamente perdervi, un paesaggio mozzafiato accessibile in appena un’ora di cammino, su strada sterrata e con dislivello complessivo di 70 metri! Insomma, cosa volete di più dalla vita?
La destinazione è il suggestivo Lago Verde, a due passi (nel vero senso della parola!) da Bardonecchia.
Il lago è immerso nell’incantevole Valle Stretta, una valle italo-francese tra Bardonecchia e Névache. La passeggiata è breve e parte dalle grange della valle, vicino ai rifugi Re Magi e III Alpini.

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Lì si può parcheggiare l’auto nell’ampio spiazzo dedicato e cominciare ad incamminarsi sul sentiero, che si dirama sinuosamente tra i prati verdi disseminati di fiori. Davanti ai propri occhi le vette inconfondibili del Grand Seru e, sulla sinistra, il Monte Thabor.
Lungo il sentiero si trova anche una piccola cappella dedicata a San Bartolomeo e alcune grange. Seguendo le indicazioni per il Lago Verde, ci si incammina e si prende la destra al bivio, fino a raggiungere un ponticello di legno che attraversa il Rio della Valle Stretta. Da qui la strada si fa in salita, ma la fatica dura poco! Il tracciato poi si addentra in un bosco di conifere e ripiega in una discesa decisa, da cui, tra i rami, si incominciano a scorgere le meravigliose sfumature color smeraldo del lago.
A questo punto, il più delle volte, si sente qualche voce stupita che esclama “Ma è proprio verde!”

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Si arriva così, in men che non si dica, in un piccolo angolo di paradiso. Se prima eravate accompagnati dal suono dell’acqua dell’impetuoso rio appena attraversato, ora, addentrati nel bosco, siete avvolti da un silenzio quasi zen (sempre sperando che i turisti non siano troppi!).
Piccole spiaggette e rocce qua e là per recuperare le energie con un buon spuntino e per prendere il sole lontano dalla civiltà.

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Il lago ha mille sfumature, verde, smeraldo, blu e le trasparenze sono davvero incredibili. Da sempre il fondale è composto da tronchi di antichi larici, che donano ad lago un aspetto magico e nel contempo quasi spettrale. Un piccolo sentierino permette di percorrerlo in tutti i suoi confini. È davvero un paesaggio unico che non ci si stanca mai di fotografare.

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Quei curiosi suricati, vedette del deserto

Il sogno di ogni fotografo naturalista è immortalare gli animali nel loro habitat, imprimendo in ogni scatto l’emozione che si prova a stare a stretto contatto con la natura selvaggia. Molte volte capita di dover attendere ore per avvistare il soggetto, altre volte lo si trova quasi per fortuito caso. Il fotografo Bruno D’Amicis, per esempio, nel scattare foto al fennec, la volpe del deserto, si è accorto che questa sentiva il suono dell’otturatore della macchina fotografica. Un udito infallibile se si pensa che si trovava a qualche centinaio di metri di distanza!
Al contrario, il fotografo Lucas Burrard, è stato letteralmente usato come punto d’appoggio per diversi suricati del Botswana. Vederlo con in testa uno di questi animali non può che far nascere un sorriso.

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Soffermandomi su quella foto, mi è sorta spontanea una domanda: ma quei selvaggi suricati, come potevano non avere la minima paura dell’uomo, tanto da utilizzarlo come la loro torre di vedetta personale?
Dopo essermi documentata, ho trovato alcune informazioni interessanti e curiose; perché, in effetti, c’è qualcosa da dire in proposito.
La chiave di tutto sono i molti scienziati che dedicano la loro vita allo studio delle abitudini e dei comportamenti di questi animali. I suricati vivono in colonie formate in media da una quindicina di esemplari, che difendono dai loro simili il loro territorio (anche di 1 km2) con i denti e con le unghie. Tuttavia, noi grandi e grossi umani non siamo un problema per loro e non rappresentiamo una minaccia. Sono quindi più tolleranti nei nostri confronti. Il fatto però che addirittura ci usino da torretta è una conseguenza di un adattamento all’uomo in un certo senso “forzato”, frutto di parecchi mesi di lavoro degli scienziati. Questi ultimi, infatti, pongono a distanze sempre minori dalla tana dei fantocci dall’aspetto umano fino ad arrivare, nel corso anche di 6 mesi, a pochi passi dalla tana; in questo modo è possibile studiarli più a fondo.
Le colonie quindi così intraprendenti sono solitamente quelle visitate spesso dagli uomini, per fini scientifici o talvolta, turistici. Se quindi potete passeggiare tranquillamente tra queste simpatiche manguste senza che vi degnino quasi di uno sguardo beh, ringraziate la scienza!

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I suricati sono animali diurni che vivono nelle pianure e nelle aree desertiche del Sud Africa, in Namibia e in Botswana. Abitano addirittura il magnifico deserto del Kalahari sopportando temperature e climi roventi, tipici di quell’area.
La caratteristica che li rende forse più conosciuti è la loro abitudine a stare di vedetta a turno. Mentre la maggior parte del gruppo scava nel terreno per trovare il proprio spuntino giornaliero, uno o più esemplari scrutano il cielo e l’orizzonte, alla ricerca di possibili predatori, pronti a scattare e a dare l’allarme in caso di pericolo. Che altruisti, voi penserete! In effetti, un po’ dobbiamo ammetterlo, è così. Ma è un’abitudine che giova a tutti. C’è da dire anche che le vedette sono solitamente i compagni con la pancia più piena e i primi a scappare nei loro infiniti tunnel sotterranei. Se poi vedono un possibile “banchetto” mentre sono di guardia, non si fanno problemi ad abbandonare la vedetta per accaparrarsi il delizioso spuntino.
Ricordiamoci che ogni giorno, per gli animali, è un giorno in cui bisogna sopravvivere!

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La loro succulenta dieta è composta da qualsiasi malcapitato e piccolo animale che si trovi nelle vicinanze, dagli insetti ai coleotteri, dai serpenti agli scorpioni. Questi ultimi, seppur velenosi, devono rimanere ben nascosti al di sotto del terreno per tutto il giorno e uscire solo di notte. Tuttavia, i suricati riescono a scovarli scavando buche nel terreno. Gli esemplari più anziani e più esperti scavano solitamente buche profonde anche una trentina di centimetri, certi di essere ben ricompensati. Quelli più giovani, invece, non si arrischiano e scavano buche più superficiali, accontentandosi di prede minori.

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A capo della colonia c’è la femmina dominante che, oltre ad essere la prima ad uscire dalla tana al mattino e cominciare la caccia, non si fa molti scrupoli a rubare il cibo ad altre compagne, solitamente quando è gravida. Non è comunque la sola a partorire. I cuccioli pesano alla nascita solo 30 g e vengono accuditi giornalmente da una baby-sitter, che veglia su di loro durante i turni di caccia degli adulti. Riesce addirittura a produrre latte per nutrirli!
Insomma, sono davvero molte le curiosità legate a questi piccoli animali, ma per ora non mi dilungo ulteriormente e lascio che vi godiate le foto!

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L’incredibile potenza del picchio

Provate a guardare un video di un astronauta durante il decollo o un pilota di caccia. Vi renderete subito conto che entrambi sentiranno in determinati momenti una forte accelerazione. Ma anche noi, senza arruolarci nell’aeronautica, possiamo sperimentare una forte accelerazione, seppur non a quei livelli, per esempio sperimentando le adrenaliniche discese sulle montagne russe.
L’accelerazione dovuta alla gravità si chiama forza g. Una persona normale riesce a sopportare circa 5 g, mentre un pilota di caccia, aiutato anche da speciali tute anti-g, arriva a sopportare anche 9 g. Ora, essendoci fatti più o meno un’idea sulla forza che esercita sul nostro corpo l’accelerazione di gravità, provate a pensare a 1000 g.
È questa la decelerazione che subisce un picchio quando il suo becco impatta con il tronco di un albero.  Se poi pensiamo che il picchio rosso maggiore ha una media di 10 beccate al secondo, mentre il picchio verde raggiunge addirittura le 15-20 beccate al secondo, incominciamo a renderci conto della sensazionalità di questi piccoli animali. Dalle 8000 alle 12000 beccate al giorno! Ma come fanno quindi a non mostrare alcun segno di trauma cranico? La risposta è racchiusa in una sola parola: evoluzione. Grazie ai continui adattamenti, acquisiti di generazione in generazione, per il picchio non è più un problema picchiare la sua testa e il suo becco contro un possente tronco.
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Questo grazie ad un mix di diversi accorgimenti anatomici e fisiologici. Innanzitutto il cranio, a struttura porosa, ed il becco, sono separati da un tessuto spugnoso che funge da ammortizzatore. In questo modo il cervello è protetto; inoltre, l’osso ioide dei picchi è molto sviluppato e ad esso è ancorata la lingua, che è lunga quanto due terzi dell’intero corpo dell’animale! Al contrario nostro, per il picchio è quindi un complimento sentirsi dire che ha la lingua lunga, essenziale per raggiungere le larve rintanate nelle cavità dei tronchi.
Il becco ha poi lunghezze diverse tra la parte superiore e quella inferiore e presenta particolari asimmetrie che gli permettono di assorbire gli urti e fare in modo che questi non creino ripercussioni sul cervello.

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Insomma, il picchio ha davvero degli assi nella manica per evitare continui traumi cranici; per i più intraprendenti, su Plos One è possibile approfondire il tema. Se invece volete immortalare in qualche foto questo curioso animale, vi consiglio un sentiero a pochi passi da Pinerolo, in Piemonte, famoso per essere il regno del picchio rosso maggiore e minore e del picchio verde e di cui ho scritto un post alcuni mesi fa.

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